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Di Vincenzo Pira

 

Il 10 ottobre 2018, nella sede dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) è stato presentato il  Rapporto annuale 2018 sull’economica dell’immigrazione – Prospettive di integrazione in un’Italia che invecchia, della Fondazione Leone Moressa (edizione il Mulino). (v. http://www.fondazioneleonemoressa.org/)

 

Il Rapporto parte dal dato che nel 2050 la popolazione anziana in Italia crescerà del 47 % e con essa anche la richiesta di servizi sociali che dovrà essere soddisfatta da una popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) inferiore del 18 % rispetto a oggi. Dal 1995 al 2015, i nativi italiani in età lavorativa sono diminuiti di circa 3 milioni. Oggi il rapporto è tra 2 pensionati e tre lavoratori; nel 2050 la previsione è 1 a 1.

A rendere più problematico questo quadro si afferma che dal 2008 il saldo migratorio dei cittadini italiani con l’estero è negativo; nella maggior parte dei casi si tratta di persone in età lavorativa, il 65 % degli iscritti all’AIRE (Albo degli italiani residenti all’estero) ha tra i 18 e i 64 anni. Il 31 % degli emigrati italiani con più di 24 anni nel 2016 sono in possesso di una laurea.

I trasferimenti di italiani all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, 150 mila nel 2017.  Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca.

Per quanto riguarda invece gli stranieri regolari in Italia sono poco più di 5 milioni (8,4 % della popolazione totale) e contribuiscono ad aumentare il numero degli occupati, a produrre il 9 % del Prodotto interno lordo (PIL) e ad immettere nelle casse previdenziali 11,9 miliardi di euro.

La presenza degli stranieri in Italia non solo contribuisce a mantenere in un certo equilibrio il rapporto demografico ma anche quello produttivo. Gli occupati stranieri sono il 10,5 % del totale dei lavoratori. Questi 2,4 milioni di occupati producono un valore aggiunto pari a 131 miliardi. La maggior parte di questi svolge lavori poco qualificati (e quindi faticosi e poco retribuiti). Importante anche l’apporto degli imprenditori stranieri che rappresentano il 9,2 % del totale ed è un dato in crescita negli ultimi 5 anni (del 16,3 %) in controtendenza con la diminuzione degli italiani (- 6,4 %).

I lavoratori stranieri dichiarano 27,2 miliardi di euro e versano 3,3 miliardi di IRPEF. Inoltre il loro contributo previdenziale è pari a 11,9 miliardi di euro che contribuisce a finanziare il sistema di protezione sociale dell’Italia.

Questi dati che sottolineano l’aspetto positivo dell’immigrazione non è visto come tale dall’opinione pubblica: la maggioranza degli italiani (il 55 %) ritiene che gli immigrati non contribuiscano al benessere dell’Italia ma sono un grave problema. Si tende a confondere e a mettere in uno stesso calderone immigrati regolari, irregolari e richiedenti asilo. A inizio 2018 i richiedenti asilo ospitati nei centri di prima accoglienza erano circa 180 mila (0,3 % della popolazione) mentre, come abbiamo detto, i regolari sono oltre 5 milioni (8,3 %).

Il Rapporto fa presente che gli sbarchi sulle nostre coste sono diminuiti dai 181.436 del 2016 ai 119.369 del 2017 (-34,2%) ai 21.407 del 2018 (con una riduzione del 87,46 %). Diminuzione che non risolve la questione delle migliaia di persone rinchiuse in condizioni disumane in Libia o le migliaia che continuano a morire annegate nel Mediterranee impedendo di fatto i soccorsi.

Prevale però tra gli italiani l’impressione di invasione continua e di paura. Paura dell’altro come minaccia alla propria identità, la paura dello spaesamento, la paura di perdere il proprio benessere. E si pensa di difendersi alzando muri, barriere, fili spianti nelle diverse latitudini europee.

Una delle soluzioni proposte per non farli arrivare in Italia è di “aiutarli a casa loro”.  La cooperazione internazionale è ancora insufficiente per risolvere il problema della povertà estrema che affligge soprattutto i paesi dell’Africa subsahariana e del sudest asiatico o i pesi in cui vi sono conflitti bellici. Portare gli investimenti in questo settore allo 0,7 % dei PIL dei paesi OCSE sarebbe già un primo importante passo. Altra importante risorsa sono le rimesse che gli immigrati in Europa inviano alle loro famiglie di origine. I dati della Banca mondiale indicano che hanno raggiunto un valore di 38 miliardi di euro verso le nazioni africane.

Il Rapporto afferma che “il fenomeno migratorio non può essere gestito solo con controlli e misure volte a fermare flussi e ad incentivare i rimpatri. Come l’impegno dell’OIM Italia (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) dimostra, la sostenibilità delle politiche migratorie necessita di un approccio coerente e di lungo periodo, che includa canali legali e sicuri”.

Il futuro non può che essere il governare il fenomeno favorendo, il riconoscimento, i diritti di cittadinanza,  l’inclusione e la qualificazione degli immigrati.

Il direttore del CENSIS; Massimiliano Valeri, conclude nel Rapporto che “…In Italia manca del tutto una visione strategica che, al di là delle necessità legate all’emergenza e al di là dei doveri umanitari della prima accoglienza dei migranti, valutati nel medio-lungo periodo   il tema della povertà del capitale umano straniero che attraiamo in termini di livelli di formazione  e di competenze: una povertà che si riflette nel fatto che oggi nel nostro paese i migranti occupano prevalentemente le posizioni più basse del mercato del lavoro, meno qualificate e meno remunerate, che gli italiani non sempre sono disposti a ricoprire.

Un Rapporto che è utile da studiare per chi deve decidere sulle politiche del nostro paese e per chi fosse interessato a capire meglio questi epocali  fenomeni : la crescita demografica del mondo, l’invecchiamento in Europa e le migrazioni.

 

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