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di Vittorio Sammarco

In questi tempi in cui la capacità di comunicare sembra essere la chiave in grado di aprire tutte le porte, comunicare l’immigrazione (e i connessi sforzi per far sì che si utilizzi non solo l’emozione, ma anche la ragione, per valutare presupposti e scelte operative) presenta il triplo delle difficoltà di qualsiasi altro ambito. Una di contenuto: contro le paure per una presunta “invasione dello straniero”, un problema storico e antropologico insieme, puoi farci ben poco; una di metodo: perché sui numeri e sui fatti spesso non si riesce a costruire una visione plausibile e condivisibile (e quindi su cosa puntiamo?); e una di obiettivo: è più giusto – ci si chiede spesso – che comunichiamo quello che siamo o quello che vorremmo essere, quello che facciamo o quello che vorremmo fare, realtà o obiettivi?

I sogni e gli ideali

Ebbene: Nessun Luogo È Lontano, nei suoi vent’anni di vita, queste tre difficoltà le ha vissute tutte, e con sempre più alti livelli d’intensità. Perché coloro che in diverse fasi, in diversa misura e con diversi ruoli si sono avvicendati alla conduzione di quest’opera ambiziosa e coraggiosa, di testimoniare la ragionevolezza di una visione della questione immigratoria diversa da quella dominante, ecco, tutti hanno sempre dovuto in qualche modo rispondere ad una domanda di fondo, anche nei primi anni di vita, anche, come si usa dire, in tempi non sospetti. E la domanda che ci si è sentiti rivolgere spesso è stata: ma davvero pensate che tutto ciò che voi dite possa essere accolto senza ostacoli? Implicita, non detta, sussurrata o a volte palesata dopo ampie premesse elogiative, quelle che cominciano con un “premetto che non sono razzista …”, seguite da encomi per il lavoro svolto, complimenti per il coraggio, dimostrazioni (ironiche o ipocrite?) di simpatia, ma sempre, inevitabilmente, accompagnati da un richiamo alla concreta, plausibile e accettabile dimensione realistica dei problemi, delle classiche opzioni che si presentano con il vestito della praticabilità, della ragionevolezza, della sensatezza, della maturità, in risposta, au contraire, alla ingenua visione del sogno e della speranza senza limiti. Quella che noi avremmo incarnato, nelle parole, negli obiettivi e nello stile.

No, noi non abbiamo mai pensato che accanto alle idealità (dire idealismo, pur riconoscendo il valore del termine, viene difficile oggi, dopo anni di incomprensibile discredito, che questo termine ha ricevuto come fendenti sul collo), ai sogni, agli obiettivi alti, possano mancare (anzi ci devono sempre essere, a braccetto) le proposte concrete, le vie praticabili, le soluzioni che prendono forma con il foglio dei bilanci in cartelletta, con i numeri, i progetti e la programmazione dei tempi per la realizzazione e la verifiche dello stato di attuazione dei lavori.

L’identità in un nome

Eppure la qualifica di sognatori non ce la siamo mai tolta di dosso, e forse può essere l’unico motivo per cui lo spazio pubblico dato alle nostre iniziative non è stato correttamente commisurato agli sforzi fatti per comunicarle.

Tanto che a volte il dubbio ci è venuto: sarà forse proprio per la particolarità di quel nome che i fondatori si sono dati? E sì: oggi sembra quasi scontato e naturale, che nessun luogo sia poi così lontano… il web, internet con le conferenze a distanza, Skype o altre piattaforme di comunicazione audio-video, i social network, i viaggi con l’aereo, la Tv h24, insomma davvero per molti non esistono Paesi e mondi totalmente sconosciuti. Ma intanto non lo era vent’anni fa, e neppure ancora oggi per tanti è così fino in fondo.

Eppure affermarlo come caratteristica costitutiva dell’essere, metterlo nel nome significa presentarsi, già con la stretta di mano iniziale, come colui/coloro che vuole/vogliono dire, in fondo, molte cose in una: che la nostra casa è un po’ dovunque, che la cultura, la lingua, le tradizioni di popoli lontani non ci spaventano, anzi, ci incuriosiscono, che si considera l’accoglienza come un’opportunità e non come un ostacolo, che a volte (non sempre) si percepiscono come propri i problemi degli altri (e si cerca di “sortirne insieme”), che si prova (almeno si prova…) a non sentire estranea nessuna aria, clima, pensiero. Che – udite udite – non si vive con il terrore dei confini che si attraversano (né in uscita né in entrata). «Uh, quanta roba! Che pretese! Ma chi vi credete di essere?!», ci è sembrato di aver sentito (ma forse abbiamo la classica coda di paglia…) di fronte alle richieste e soprattutto alle proposte/iniziative portate avanti.

Per superare l’autoreferenzialità

Ecco, appunto. Proprio per questo ci ha fatto sorridere quel richiamo realistico e solo apparentemente cinico, ma simpatico e verace come solo la penna e lo spirito del grande scrittore siciliano Andrea Camilleri sa incarnare, che risale al lontano 2008. Quando si doveva chiedere al pubblico l’aiuto per la complessa e articolata (ma splendida insieme) attività della Casa di Laura, nel video (che si trova su Youtube con il titolo “La Casa di Laura in Etiopia al fianco dei bambini” https://goo.gl/bFG6he) Camilleri cominciò il suo appello in questo modo: «Quelli di Nessun Luogo È Lontano hanno domandato a me di lanciare questo messaggio perché – dicono – io sono serio, credibile e amato… Posso dirlo…? Sono tutte minchiate! Io dico che me lo hanno domandato perché la mia voce si riconosce, resta impressa».

Ebbene sì, forse è vero, lo abbiamo fatto anche per questo (oltre che per la capacità di narrare e comunicare che lui, sì, ha avuto per anni). E dico di più, avremmo dovuto utilizzare ancora meglio i tanti amici, le voci che restano impresse, per lasciare il segno e far ricordare di Semina, di Peace, “Frankie e i suoi”, “Polo infanzia e adolescenza”, “Officine periferie al centro”, “Pegaso e Perseo”, “Officine di cittadinanza e legalità” e di tutti gli altri progetti realizzati di cui non faccio l’elenco completo (cfr. p…..). Sì, avremmo dovuto utilizzare di più nomi e voci di coloro che, spesso avvicinati per amicizia, hanno condiviso con noi lo stesso spirito, la filosofia, lo stile e gli obiettivi e – seppur capaci di “lasciare il segno” di far rimanere impresse le proprie voci e le proprie testimonianze di amicizia – non abbiamo avuto il coraggio di “farli nostri”, di renderli più partecipi delle nostre iniziative. Per pudore? Per carenze organizzative? Per mancanza di furbizia? Non so, forse un po’ tutto ciò.

Ma c’è un altro punto importante: che la nostra comunicazione del fenomeno immigratorio ha sempre puntato su un altro aspetto che abbiamo creduto essere caratterizzante: quello vissuto all’insegna dello slogan “C’è un sacco di futuro nel nostro Domani” (altro bel video, anch’esso su You tube: https://goo.gl/JDeVxv). Ossia più sulle cose da fare, sull’impegno con i più giovani, sul futuro, sui progetti da realizzare piuttosto che su quelli già realizzati. D’accordo, obiezione accolta: non è che le due cose siano alternative. Non è che la comunicazione del già fatto ruba spazio a ciò che c’è da fare. Verissimo. Anzi, forse le prime sono da supporto alle seconde. Ma quando le risorse sono limitate (ed è un eufemismo…) e il tempo scarseggia, poi si è costretti a fare delle scelte. E abbiamo sempre pensato che la qualità delle nostre iniziative dovesse emergere, come dire, naturalmente, per il fatto stesso di esserci, di presentarsi con tutti i crismi (quelli dell’idealità e della concretezza insieme, di cui sopra).

Per una comunicazione positiva

Sappiamo, ormai da un po’ di tempo, che così non è, che su questo terreno oggi vincono le voci, le emozioni, le parole forti e le immagini d’impatto, o, peggio, le “notizie da paura” come ha scritto l’associazione Carta di Roma nel suo recente Rapporto 20017 su “Media, tra nazionale e locale, tra informazione e infotainment”. Ecco: Il 2017 ha visto, dopo anni in cui sembrava essere premiata la ragione, «il ritorno alle notizie “urlate”, ai toni tesi e alle parole stigmatizzanti che veicolano, nel sistema dei media, la costruzione di stereotipi diffusi e dai contenuti, a volte, discriminanti. Complessivamente i temi al centro dell’agenda mediatica per tutto il 2017 – Ong e soccorso in mare, Ius soli e fatti di cronaca nera – rimandano a una narrazione problematica, quando non critica, del fenomeno migratorio.» È la plastica testimonianza del lento (speriamo non inesorabile) degrado in cui ci stiamo agitando.

Noi, invece, abbiamo da sempre, dalla nascita, cercato di usare toni, parole e ragionamenti che (a volte anche criticati da amici e compagni di strada) segnalassero un altro modo di pensare, un’altra visione: quella che vede nella cittadinanza la sfera dei diritti conquistati non per benevolenza di qualcuno, ma per la passione e la voglia di essere protagonisti, anche se si proviene da terre lontane; quella che nella cultura e nel pensiero pone le basi per fondare e alimentare la qualità della vita; quella che della differenza fa un’occasione, delle difficoltà uno sprone per migliorarsi, delle tensioni un motivo in più per tentare di capirsi, della carenza di opportunità per tutti un’esigenza di giustizia e di solidarietà vera. Insomma una visione che scommette su un domani migliore e non su un presente oscuro e timoroso.

I fatti e le opinioni

Se questa visione (per nulla strategica, ma solo alimentata da ciò che vediamo) riuscirà ad avere spazio sulla grande comunicazione, è una domanda cui forse non c’è nell’immediato risposta. Di certo noi cerchiamo di tenere insieme i fatti e le opinioni. Distinti, ma cooperanti, come mettiamo in evidenza nel nostro sito (qualcuno ci ha detto che siamo un po’ ingenuamente retrò, perché ormai non esistono più gli uni senza le altre, e viceversa…).

Noi pensiamo comunque che è da qui che bisogna partire, da questo che è solo un apparente ossimoro: un connubio differenziato, un intreccio distintivo… Cioè dalla fatica di far percepire che senza la disponibilità paziente di leggere i numeri, i dati, i fatti, i fenomeni correttamente inquadrati nel loro complesso, nessuna opinione, nessun libero pensiero, nessuna emozione potrà mai farci progredire verso una migliore qualità generale della vita di tutti.

Perché se è vero, come diceva Blaise Pascal che «il cuore conosce ragioni che la ragione non comprende», occorre che a quella ragione il cuore sappia parlare, sappia trovare le parole giuste per fargliele comprendere, per renderla sempre meno altezzosa e superba. In grado, alla fine, di fargli capire che quei volti, quei corpi, quelle storie, sofferenze, speranze e fatiche che improvvidamente chiamiamo “straniere”, non lo sono, se non smarriamo per sempre la nostra natura di esseri umani.

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