LE RAGIONI DEL CUORE CONTRO QUELLE DELLA BUROCRAZIA Posted marzo 1, 2019 by nslgl.admin

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di Claudio Movarelli

A volte mi capita di pensare a quanti collaboratori, volontari, professionisti, educatori, animatori ho visto passare per Nessun Luogo è Lontano in questi venti anni, alle loro facce, alle storie personali, che in alcuni casi ho solo intravisto ed in altri ho avuto modo di conoscere approfonditamente.

Di molti di loro ho apprezzato le capacità, di altri meno, ma di tutti ho stimato la voglia di mettersi in gioco scegliendo un settore lavorativo cosi pregno di umanità, cosi pieno di un coinvolgimento emotivo che pochi lavori consentono.

 Il Terzo settore è sempre stato soggetto ad un ricambio continuo, perché ha rappresentato per molti giovani, negli anni passati, una porta di ingresso nel mondo del lavoro, che gli ha permesso di accedere a sbocchi professionali ben più remunerativi.

 Negli ultimi anni, però, la crisi feroce che ha spazzato il nostro Paese, unita all’incapacità endemica della nostra classe politica e degli apparati dello Stato di affrontarla, ha bloccato questo percorso facendo trovare i nostri giovani laureati in un cul de sac, che spesso non concede altri sbocchi che la partenza verso paesi stranieri.

Molte di queste facce hanno gli occhi e l’età dei miei figli e, quando cercano di capire perché l’associazione fa fatica a rispettare gli accordi economici previsti nei contratti di collaborazione, vedo nei loro sguardi quella incredulità e quella delusione, nei confronti della generazione dei loro padri, la mia, per aver ridotto in questo stato pietoso e incomprensibile il nostro Paese.

La cecità della burocrazia

Ed è una magra consolazione il pensare che, onestamente, mi sento veramente poco responsabile di questo scempio e che l’esperienza associativa mi ha portato a sentirmi vittima e non carnefice di questo sistema.

Una delle cose che mi ha meravigliato di più in questi anni è l’assoluta inconsapevolezza di alcuni pubblici funzionari dell’assurdità del sistema che sono costretti ad applicare, fatto di acronimi assurdi ed incomprensibili come il DURC, il PASSOE, l’ANAC, il DM10, fino al ridicolo inarrivabile della “dichiarazione antipantouflage” che, oltre alla demenzialità di chi l’ha adottata, denota anche la subalternità culturale che sta devastando la nostra povera Italia.

È l’inconsapevolezza di far parte di un sistema che alimenta il fallimento del Paese, la disoccupazione, la povertà, perché imbriglia le energie migliori in una rete invalicabile fatta di veti incrociati, di regole pasticciate, di incomprensibili balzelli.

Un meccanismo che volutamente ignora che “fare associazione” non è come “fare impresa”, a partire dalle legittime motivazioni di fondo, che muovono un imprenditore ed un volontario di un’associazione, e che non capisce quanto è profondamente ingiusto trattare con le stesse identiche regole due realtà cosi diverse.

La cecità dei bandi

Altra ingiustizia profonda – alimentata da una certa politica che ha volutamente scatenato una campagna denigratoria nei confronti del Terzo settore, assimilandolo tutto con certi affaristi senza scrupoli, che sono entrati nel settore proprio in virtù di amicizie con qualche politico – è quella di far finta di ignorare che il Terzo settore si sostituisce allo Stato nell’adempimento di una funzione di welfare che spetterebbe allo Stato stesso e che svolge con costi che sono almeno quattro volte minori.

Da qui derivano bandi di gara deliranti, che chiedono di eseguire servizi ad un quarto del costo reale, ma nello stesso tempo chiedono di rispettare il contratti collettivi, che stanziano poche risorse, con il retropensiero che le associazioni/cooperative si arrangeranno, ma chiedono rendicontazioni puntuali di ogni scontrino, magari utilizzando ingarbugliatissimi portali telematici che spostano il costo del lavoro di controllo sulle realtà del Terzo settore.

Bandi che hanno la stessa struttura di quelli utilizzati per la costruzione di un opera pubblica, ma che, dietro alla forma, spesso non contengono un briciolo di sostanza.

Tranne poi fare la faccia feroce con le associazioni, quando giovani disperati perché non riescono ad incassare quei 400 euro che gli spettano, fanno scrivere lettere di diffida perentoria ad altrettanto disperati avvocati, che tentano di uscire dall’esercito dei disoccupati per svolgere una professione un tempo molto remunerativa.

Voglio precisare che ci sono tanti e tanti bravi funzionari nella pubblica amministrazione che svolgono il loro lavoro con passione, in collaborazione con i quali abbiamo costruito i servizi di questi 20 anni, ma non riescono a compensare i danni di un sistema che non funziona minimamente e che viene utilizzato da altri funzionari, assolutamente inadeguati a ricoprire il loro ruolo, solo per fini di carriera.

La forza delle motivazioni

Quanto cuore ci vuole, quindi, per lavorare 20 anni in questo Terzo settore malgrado questi problemi? Per fortuna ci sono le facce dei ragazzi che cerchiamo di allontanare dalle lusinghe di una malavita che cerca manodopera a basso costo, e le facce degli operatori che hanno scelto questo settore di lavoro, perché hanno dentro quel germe di bontà, che è l’unico che può salvare questo mondo impazzito.

Perché lavorare in una associazione che si occupa soprattutto di minori e che cerca di non abbandonare le ultime trincee della lotta alla disperazione delle periferie, sia che tu lo faccia da volontario, sia che tu sia un operatore pagato, non lo puoi fare se non hai dentro di te la convinzione che è necessario combattere le diseguaglianze di questo mondo.

Purtroppo nei tempi che viviamo si è diffusa la credenza che questo tipo di persone siano dei poveri illusi da deridere e che fare l’elogio della bontà (non del buonismo che è tutt’atra cosa) sia da deficienti, eppure ce l’abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, il modo in cui è ridotto il nostro mondo a forza di voler credere ad una visione edonistica ed utilitaristica della vita, priva del valore della solidarietà.

Ma, anche volendo tralasciare le ragioni del cuore, quanto sarebbe auspicabile una riforma del Terzo settore che lo veda finalmente come un interlocutore alla pari con gli organi dello Stato, che lo individui come conoscitore dei bisogni e coprogettista degli interventi. Una riforma che lo veda finalmente come una risorsa che aiuta a risolvere problemi sociali e che da lavoro a categorie di lavoratori altamente specializzati.

Qualunque governo governerà questa nazione dimostrerà la propria serietà solo se metterà in campo una riforma che consideri il Terzo settore, quello che opera con serietà, una grande risorsa che partecipa con professionalità e competenza alla risoluzione dei problemi del paese.

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