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La sintesi dell’incontro di sabato 4 maggio presso la Facoltà di Scienza della Comunicazione sociale dell’Ups. In allegato i documenti che sono frutto del prezioso lavoro di ricerca del pool della Facoltà

 

di Agnese Palmucci

 

«Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola.[…]. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero a un livello superiore (…): più da uomo, più spirituale, più cristiano, più di tutto.».

Con queste parole di don Lorenzo Milani, sono stati aperti i lavori del seminario formativo promosso lo scorso 4 maggio da Nessun luogo è lontano, in collaborazione con la Facoltà di Scienze della comunicazione sociale e della Facoltà di Scienze dell’Educazione della Università pontificia salesiana. L’associazione di promozione sociale, attiva da più di 20 anni, sta ripensando il proprio ruolo e i modi di agire sul territorio per adeguarsi a una delle questioni più urgenti del nostro tempo: l’emergenza educativa.

In una società in cui la famiglia sta lentamente perdendo la funzione formativa delle giovani generazioni, e in cui c’è sempre meno rispetto della vita umana (basti ricordare alcuni recentissimi e drammatici fatti di cronaca che coinvolgono minorenni), sono più che mai necessari presìdi educativi autorevoli e riconoscibili. «In alcuni territori difficili è già importante – vitale – esserci, ascoltare, instaurare relazioni» esordisce Maria Paola Piccini, docente di Metodologia della ricerca e Statistica FSC. La professoressa ha presieduto il gruppo di ricerca nato dalla collaborazione tra l’Università e l’associazione, che ha approfondito la conoscenza dei due centri in cui opera Nessun luogo è lontano, mediante tre focus group, «per ripensare e riprogrammare gli interventi futuri» dell’associazione. Proprio nell’ottica di adeguare meglio, compatibilmente alla risorse disponibili, le risposte ai bisogni delle persone che vivono nei quartieri dove si lavora.

Le sedi operative di NeLL sono il centro “Semina” a Torpignattara, il quartiere più multietnico di Roma, in cui convivono, spesso senza toccarsi, culture, lingue e religioni diverse; e poi il centro “Peace” a Bastogi, nordovest di Roma, zona tra le più complesse e critiche della città.

La prima domanda da porsi, però, riguarda sicuramente l’idea che gli italiani hanno oggi del “volontariato” e dei volontari: «Prima – ha precisato provocatoriamente Paola Springhetti, che ha moderato il confronto – il lavoro dei gruppi di volontariato aveva un grosso consenso da parte della gente. Adesso non esistono i buoni, ma i “buonisti”; da alcune forze politiche ci sono attacchi continui, il linguaggio stesso sembra cambiato. E di ciò il volontariato risente, non ci si crede più». E continua: «Riflettere sulle difficoltà che vive un’associazione come NeLL è quindi alla base un modo per riflettere anche sulla condizione della solidarietà in Italia». Non a caso, quindi, il titolo del confronto era: «L’educazione: una rivoluzione possibile». Non una domanda, dunque, ma un’affermazione ben chiara, netta, indicativa. Occorre continuare a orientare i programmi di servizio cercando di rispondere alle domande vere e sincere che i nostri territori e chi li vive ci pongono quotidianamente.

I focus group per la ricerca sui territori e per l’analisi dei destinatari sono stati proposti tra il 28 febbraio e il 20 marzo scorsi, al fine di far emergere le esperienze di volontari e operatori dell’associazione. Dalle interviste è stato percepito, in modo generale, un certo «sentimento d’inadeguatezza e frustrazione» dei volontari nei confronti di situazioni talvolta troppo intricate, difficili, più grandi delle risorse messe in campo e spesso in una sostanziale solitudine. Dall’altra parte, parallelamente, anche un alto senso del «dono di sé», di un’attività che è sempre e comunque l’«opportunità di offrire un aiuto concreto», di «socializzazione e costruzione di relazioni significative».

Le criticità su cui lavorare, ha concluso la prof. Piccini, sono sicuramente: per il centro “Semina” «la costruzione di una rete di forze sociali e pubbliche sul territorio»; «la scarsa conoscenza del quartiere in cui si opera», «il difficile rapporto con i genitori dei bambini di seconda generazione»; mentre per Bastogi «l’isolamento», «la difficoltà di suddividere i ruoli tra operatori» e «l’atteggiamento aggressivo e a volte dei ragazzi». A partire da ciò, ancora Piccini ha sottolineato come il ruolo dell’associazionismo riguardi proprio «la cura delle relazioni e del capitale umano», in un’«alleanza con i destinatari», e attraverso un «automonitoraggio e revisione continua del percorso intrapreso».

Per quanto riguarda invece quel senso d’inutilità e d’impotenza che l’essere umano prova inevitabilmente davanti a situazioni critiche (come potrebbe essere la violenza verbale e fisica di alcuni ragazzi), Giuliano Vettorato, professore di Sociologia UPS, si è soffermato sull’ «importanza stessa dell’ essere presenti, di non cedere alla frustrazione … creando spazi educativi intermedi tra scuola e famiglia … attuando una preziosissima “opera di supplenza”» delle istituzioni tradizionali, che in pochi oggi sono disposti ad offrire in modo gratuito. Emerge, ancora, la necessità di dare il giusto peso alle difficoltà emotive espresse dai volontari: si corre il rischio di «fare cose ma di sentirsi soli», ha affermato Marialibera D’Ambrosio, docente di Pedagogia familiare UPS, proponendo di «lavorare sull’appartenenza a una comunità» con cui poter condividere perplessità e fatiche. Non si deve agire mai prescindendo dai destinatari: occorre, secondo D’Ambrosio, «permettere ai giovani di imparare a stare al mondo (…), saper comunicare».

Come osservatore esterno a questo percorso di analisi, ma interessato in quanto giornalista ed ex docente, è intervenuto Andrea Monda, neodirettore dell’Osservatore romano, che ha puntato sulla necessità di una buona comunicazione con i giovani e i ragazzi verso i quali ci si trova a prestare un servizio: «I ragazzi sono interessati alla persona che hanno davanti a loro, e sono soprattutto attenti se ad ascoltarli e a parlare loro è un adulto, una persona credibile. E per essere convincenti ci vuole un “bagaglio di narrazioni” a cui attingere: la dimensione narrativa è un’arte necessaria, per comunicare». Le storie, quindi, non come amo per catturare, ma proposte di vita per rendere testimonianze vive. E poi, ancora, ha detto Monda ricordando il suo recente passato da professore di religione: «Occorre costruire uno spazio intermedio, quasi una “terra di mezzo”, tra istituzioni e singolo che sia un “punto di resistenza umana”. Ed è quello che fa NeLL, ha sottolineato, portandosela dietro come una “buona notizia” di oggi. Occorrono, cioè, «luoghi in cui i giovani possano raccontarsi sapendo di essere ascoltati». Quegli stessi luoghi di coinvolgimento emotivo, spirituale e ideale che negli scorsi anni attraevano la maggior parte della gioventù, spingendola ad attivarsi, a prendere posizione forti, scelte e comportamenti che oggi sembrano aver perso fascino.

I giovani dove sono? Dove bisogna andare per incontrarli? Ci si è chiesto, forse la Chiesa resta uno degli ultimi baluardi, uno degli ultimi posti liberi e vivi in cui ciascun ragazzo o ragazza può esprimersi e conoscersi, stando a contatto con adulti credibili. «Serve stimolare la creatività, ognuno ha in sé una scintilla creativa» conclude Monda.

Fabio Pasqualetti, il decano della Facoltà di Scienze della comunicazione, ha approfondito la centralità dello strumento comunicativo nelle relazioni: la “parola” potrebbe davvero avere un ruolo fondamentale quale “cura” per l’emergenza educativa. «Dal punto di vista umano, ciò che ci umanizza è la parola – sostiene Pasqualetti – se non riesco ad esprimermi trasformo questa mancanza in violenza. La parola ha una dimensione che permette la crescita delle relazioni».

Sono state importanti le testimonianze, su ciò che si può e si deve fare, con coraggio e ostinazione, per recuperare terreno sul fronte della strategia educativa. Quella di Bianca Pistorio, responsabile NeLL, che sta realizzando in due scuole sempre della periferia romana un bel progetto che si chiama “Scambio il mondo”, in cui bambini della scuola d’infanzia da 0-6 anni e le loro famiglie, sono protagonisti e non solo fruitori dell’attenzione alla parola e alle culture che animano il loro territorio. (Si veda qui https://www.nessunluogoelontano.it/4225)

E poi la testimonianza di Massimiliano Monnanni, presidente dell’Ipab, Asilo Savoia. Monnanni ha raccontato l’esperienza di un ente come Asilo Savoia, che ha saputo rileggere la propria missione originaria alla luce delle necessità della società di oggi, con un progetto di sport sociale (Talento e Tenacia, http://audacesavoia.it/ ) nel quartiere di Montespaccato, e la recente “Palestra della legalità” ad Ostia, aperta nel mese di marzo all’interno di un bene confiscato alle mafie.

Non è mancata la voce delle istituzioni, con Francesco Proni, capo della segreteria di Massimiliano Valeriani, assessore alle politiche della casa, purtroppo assente per malattia, che ha tenuto a sottolineare che un certo modo di vedere la politica non può e non deve lasciare solo chi opera in questi campi difficili. Chi è cresciuto – come lui – in quartieri spesso dimenticati dai centri di potere sa cosa significa per un giovane sentirsi privo di attenzioni, di dignità, alla fine di voce e di parola.

 

Principali risultati focus group M.P. Piccini- slides

Ricerca- Sintesi dei Principali risultati NELL

Presentazione G.Vettorato- slides

Propettive e Avanzamenti Possibili – M.dAmbrosio- slides

Relazione di F. Pasqualetti- slides

 

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