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L’AFRICA NEL CUORE. RICORDI DELLA NASCITA DI UN NOSTRO PROGETTO

by Redazione

L’AFRICA NEL CUORE. RICORDI DELLA NASCITA DI UN NOSTRO PROGETTO

Di Riccardo Netti

E’ passato molto tempo dal 2007 a oggi, e i ricordi ormai non sono più così precisi.

Ma lo spirito, l’emozione, l’entusiasmo che avevamo noi che stavamo lavorando a quel progetto, quelli mi sono rimasti ben impressi.

E’ stato un progetto studiato per due anni e voluto dal gruppo direttivo di Nessun luogo è lontano, per ampliare i nostri interventi nel campo dell’Immigrazione e nell’ambito socio-sanitario.

Avevamo alle spalle l’esperienza di un altro progetto, quello del “Piccolo Principe”, campagna umanitaria realizzata in collaborazione con la Regione Lazio e la Provincia di Roma, dove si accoglievamo bambini gravemente malati e non curabili nei luoghi di origine per la gravità delle patologie.

Bambini provenienti da zone di estrema povertà o pervase da guerre interminabili.

Il nostro sostegno e la nostra assistenza permetteva loro di curarsi, di operarsi e di riprendersi sia fisicamente che emotivamente prima del ritorno nel proprio paese di origine.

Se ricordo bene in un tardo pomeriggio della primavera del 2007, incontrai il presidente di Nessun luogo è lontano, Fabrizio, presso il suo ufficio. Lui mi invitò per parlarmi e niente lasciava immaginare su come sarebbe andata poi…

Nel giardino del suo ufficio con gli alberi che al tramonto ci proteggevano dal sole, ma ancora insidioso agli occhi, il presidente mi fece la proposta di coordinare un progetto analogo al Piccolo Principe, ma sul posto, cioè in Etiopia.

Mentre lo ascoltavo, il mio pensiero ripercorreva le paure che mi hanno tenuto lontano per più di 45 anni da un volo aereo, ma nello stesso tempo un’emozione inaspettata e l’importanza di un nuovo progetto utile e da prima linea, mi consigliava di accettare e così fu.

Incontrammo a Roma una coppia di Italiani che da più di 35 anni era presente nelle aree del Tigray in Etiopia per gestire un ospedale inizialmente lebbrosario. Essi ci offrirono un appoggio sul posto per consentire di prendere conoscenza dell’ambiente e di organizzare la nuova struttura di accoglienza battezzata poi dal nostro presidente come la “Casa di Laura”.

Laura era la mia compagna morta in seguito ad una terribile malattia…. lei diceva sempre: “…che le mie sofferenze possano almeno salvare la vita di bambini poveri e malati….”.

Non fu semplice far partire questo progetto; per una serie di motivi che forse non è importanti rievocare in questa sede. Alla fine, purtroppo, la collaborazione con questo ospedale già presente in Quihà (frazione di Mekellè -Etiopia), dove nacque poi la casa di Laura, non si realizzò.

Ma grazie alla conoscenza e all’aiuto dell’allora ministro della salute del Tigray e all’impegno della nostra equipe, prendemmo costanti e solidi contatti con l’ospedale di Mekellè, il nuovo Ayder Hospital e tutti gli Health center di Mekellè.

Presentammo il nostro progetto e le nostre potenzialità a tutti i funzionari di tali strutture, offrimmo la nostra gratuita disponibilità a intervenire per sostenere il recupero di bambini malnutriti o colpiti da HIV…

In tre anni, questa fu la durata del nostro progetto abbiamo aiutato più di 130 bambini ospitandoli insieme alle loro mamme; ogni bambino rimaneva con la propria mamma nella casa di Laura mediamente dai 3 ai 4 mesi, prima di recuperare le forze e la salute necessarie per il ritorno ai propri villaggi.

Sono tanti i ricordi e qualcuno si sfuma nel tempo. Tutti sempre importanti ed è difficile fare in sintesi un riassunto esaustivo di ciò che è stato.

Nei primi mesi del 2008, cominciai a organizzare l’allestimento delle stanze della casa di accoglienza per il nostro progetto. Ero solo, ma per fortuna incontrai dei medici italiani che prestavano servizio volontario presso l”HEWO hospital in Quihà e degli Antropologi presenti sul posto per delle ricerche; diventammo amici.

Loro non mi fecero sentire solo.

Ricordo che durante una cena al ristorante Jordanos di Mekellè, per lo più organizzata da esponenti di varie organizzazioni italiane, incontrai Mulu, un’infermiera etiope che lavorava all’Hewo hospital. Mulu mi aiutò molto quando rimasi contagiato dall’Ameba; persi 8 kg in una settimana e tornai in Italia per curarmi. Nacque così, la nostra storia, come si dice: “non tutti i mali vengono per nuocere”… Nel giugno del 2008 Mulu ed io ci siamo sposati ad Addis Ameba ed ora abbiamo 3 figli.

Nel 2010 tornammo in Italia a conclusione del progetto “La casa di Laura”. Nel 2015 ci si presentò l’occasione di tornare in Etiopia, nello stesso posto dove ci siamo conosciuti e non molto distante dal luogo dove c’era la “Casa di Laura”, a Quihà.

Pensai che era una fortuna fare di nuovo un lavoro utile, dove le persone ed i bambini che aiuti sono quotidianamente sotto i tuoi occhi. Puoi costatare che gli aiuti dall’Italia provenienti da molti donatori, non vanno dispersi chissà dove, ma arrivano al mittente …

E così l’Africa, la sua gente, i posti, la storia, le sofferenze ma anche le speranze di quei popoli e di quelle persone presto ti entrano nel cuore, e li rimangono. E segnano la tua esistenza. Anche se, da italiano, non è semplice dare una valutazione completa (e oggettiva) dell’ambiente e della vita in Mekellè, nel Tigray, la regione a nord di Addis Abeba dove ho vissuto, in diversi momenti della mia vita, dal 2007 a oggi.

Certo in 10 anni sono cambiate molte cose. Esteriormente si vede in modo palese è progredita l’urbanizzazione. Strade asfaltate e addirittura sanpietrini nelle strade secondarie; costruzione di hotel a 4 stelle; rinnovo delle condutture fognarie, trasformazione di case realizzate in fango o con sassi incastrati senza cemento, in case con mattoni e cemento; la presenza di numerose banche; una miriade di negozi per cellulari, simili ai nostri anche nell’arredamento; rinnovo degli ambienti ospedalieri e degli health center…

Ma come in tanti altri luoghi nel mondo, la contraddizione negli aspetti sociali esiste e si nota, se solo ti soffermi ad osservare.

Non lontano dagli hotel a 4 stelle ci sono baracche senza luce e servizi; chi mendica è in uno stato di degrado fisico ed igienico difficile da sopportare; bambini di uno e due anni che piangendo si rotolano per strada nella polvere mentre la madre che non può accudirli chiede disperatamente un birr (la moneta locale) … E ti chiedi: “che hanno fatto di male questi bambini per meritarsi questo?”

C’è molta gente benestante, e lo capisci dai numerosi fuoristrada che incontri in città; ma chi guida il taxi ha ancora la nostra 124 FIAT, costruita in Italia negli anni 70.

I principali problemi sociali riguardano gli anziani spesso soli, da numerose ragazze madri in età da studente, abbandonate dal ragazzo di turno, studentesse che si prostituiscono per studiare, disabili abbandonati dalle famiglie che vagano in città da soli, bambini disabili abbandonati o tenuti nascosti.

Nonostante ciò le istituzioni cominciano a funzionare, ma il numero delle persone con disagi vari resta elevato. Molti sono gli orfani che hanno perso i genitori a causa dell’ HIV o altre gravi malattie. Gli orfani sono registrati, censiti e aiutati con una quota mensile che va alle famiglie affidatarie che spesso sono gli stessi vicini di abitazione. Ma molti bambini orfani scelgono una soluzione che sembra ricalcare una certa autonomia, dormendo per strada e pulendo le scarpe per rimediare qualche moneta.

Poveri e non solo loro, vivono in genere in una sola stanza, con la luce, ma senz’’acqua che bisogna andare a prendere fuori, dai vicini di casa che la vendono o spesso da torrenti non proprio puliti. In una stanza possono vivere anche 5 o 6 persone magari con un solo letto, i più sfortunati dormono in terra. I bagni sono esterni alle stanze e utilizzati da quattro o cinque nuclei familiari vicini e in genere vengono puliti solo con acqua.

Gli ospedali sono a pagamento. Se un povero ha una malattia grave non verrà curato. Vengono aiutati i bambini e gli healt center in questo sono funzionanti e gratuiti per le vaccinazioni. Cresce il numero delle cliniche private, anche ben arredate e pulite. Ma costano. Mancano cinema o parchi giochi per i bambini, i giovani non hanno molte alternative al biliardo o ai bar.

Eppure le università ci sono e funzionano bene: chi arriva al 12° grado scolastico, superandolo con una buona votazione, viene inserito nei college universitari e l’intero programma di studio ed il soggiorno nei college è sostenuto dal governo. Un palese segno della voglia di riscatto e di compensazione delle distanze sociali e culturali.

Le attività produttive principali sono costituite dall’edilizia e dal commercio; elevato il numero degli agricoltori; l’agricoltura è la principale forma di attività di molti nuclei familiari, un’agricoltura ancora rappresentata da buoi che trascinano l’aratro. Tuttavia ogni tanto si vede qualche trattore. L’Allevamento anche è molto presente in forma “familiare”. Gli animali, cavalli, asini, mucche, pecore, capre e dromedari spesso li incontri anche nelle vie del centro. Questo il quadro in una rapida sintesi, sempre parziale considerato l’enormità e la complessità di questo continente.

Chi non ha sentito parlare di “Mal d’Africa”?

Si può capire, ma viverlo è un’altra cosa. Io ho vissuto in Etiopia per diverso tempo, sono andato, tornato in Italia e ritornato in Etiopia … eppure non so ancora esattamente cosa sia.

Ogni esperienza di vita lascia dentro di noi qualcosa di significativo; magari dobbiamo faticare a ricordarla, ma poi – se intensa e profonda – esce sempre fuori.

Vivendo nella zona di Mekellè nel Tigray, ho potuto osservare, capire molte realtà, come vive la gente, come vivono i bambini, l’atmosfera della piccola città e dei villaggi, com’è fatta la gente …

Le cose che ti rimangono, sono le più semplici, quelle che dovrebbero aiutarti a crescere anche a 60 anni, a modificare i tuoi modi di fare, a capire il vero senso della vita. Appunto: cosa mi ha colpito? Mi ha colpito il fatto di non essermi mai abituato a vedere “certe cose” pur vivendo qui. Il sole, il leggero vento, la nitidezza dell’aria sono il buon giorno, di ogni giorno, un giorno sostenuto dal sorriso di chiunque incontri e che ti saluta dicendoti “faranjì”(straniero – forestiero).

Un sorriso che ti arriva anche dall’automobilista che ti taglia la strada mentre tu sei arrabbiato con lui; dagli anziani che ti cedono il posto quando fai la fila per pagare la bolletta della luce; da una miriade di donne sole che mendicano sulla strada allattando seduta in terra l’ultimo figlio arrivato e tenendo il fratello o la sorella che dorme sulla schiena; dai bambini che ti rincorrono per chiederti una caramella; dalle numerose file dei malati che riposano distesi in terra nei corridoi degli ospedali, in attesa di essere curati; dalla calma che respiri in ogni ufficio, in banca, nei negozi, al mercato e che assimili da ogni persona che incontri; di bambini che forse possono solo sognare e malgrado le difficoltà sorridono … e molto altro.

Ecco: tutte queste cose le ho nel cuore, ma vorrei crescere ancora per farle sempre più mie nella vita di tutti i giorni, per insegnarle ai miei figli, e per comunicarle, anche solo in parte, a chi non ha la fortuna di conoscerle direttamente.


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