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Immigrati: diritti non favori

by Redazione

Ieri l’altro si sono svolte a Roma, quasi contemporaneamente, due cerimonie tutt’altro che rituali. Il capo dello Stato ha ricevuto al Quirinale i cittadini che sono entrati a far parte della comunità nazionale acquisendo la cittadinanza. In termini più asciutti, i nuovi italiani. Il benvenuto è obbligatorio e festoso: il loro percorso non è stato né breve, né semplice; anche solo per questo, grazie!  Nell’occasione Napolitano ha speso parole inequivoche circa l’urgenza di una nuova legge sulla cittadinanza, che sia più moderna, che diminuisca i tempi di purgatorio degli immigrati, senza compromettere la serietà nella verifica dei diritti soggettivi. Che superi, si leggeva in controluce, quel tanto di diffidenza e di penalizzazione che c’era e c’è nella vigente legge del 1992. Il capo dello Stato ha dato, per questa via e con le sue autorevoli parole, un sostegno forse decisivo agli sforzi di Giuliano Amato e di quella parte del Parlamento che ha deciso di dare al Paese una legislazione sulla cittadinanza seria e coerentemente europea.

Quasi in contemporanea si riunivano in Campidoglio a Roma, i nuovi consiglieri aggiunti, per presentare la sintesi della loro piattaforma condivisa: casa, salute, lavoro, voto, oltre ad un certo numero di proposte minori. A loro va rivolto l’augurio di buon lavoro, anche da chi resta convinto che, al di là dei loro sicuri meriti e della loro passione, l’istituto del consigliere aggiunto abbia forse aiutato la partecipazione ma rallentato la battaglia per la vera rappresentanza. Quella rappresentanza che si esprime solo quando si è votati dalla generalità dei cittadini e non dalla propria etnia; quella rappresentanza che, una volta eletti, si esprime in Aula con il voto. Fintanto questo non sarà, la presenza dei consiglieri aggiunti sarà di pura testimonianza, importante ma avulsa dal contesto delle società democratiche dove si discute e si decide con il voto.

Perché l’augurio di buon lavoro non sia formale, bisogna accompagnarlo con almeno due sommessi suggerimenti, offerti ai consiglieri aggiunti non solo romani: che si mobilitino davvero per la legge sulla cittadinanza e, se questa tarderà, per la ratifica della Convenzione di Strasburgo del ’92; che affermino pubblicamente che in ogni caso, se né la cittadinanza né la convenzione di Strasburgo verranno alla luce, loro chiedono fin d’ora e con forza, la modifica degli Statuti comunali per consentire almeno il voto circoscrizionale. Altrimenti non si ricandidino. Il governo, in preoccupante continuità con quello precedente, magari la impugnerà. Lo ha già fatto, forse lo farebbe ancora. Almeno si saprà, stavolta per davvero, chi sta da una parte e chi dall’altra. La politica, è stato detto, non è un ballo a corte, talvolta è conflitto, confronto serrato, divisione e conta delle ragioni. Si può vincere e si può perdere, senza l’ossessione di piacere sempre a tutti. Il punto è che tutto avvenga con metodi democratici.

In secondo luogo, riguardo alle richieste accennate dagli aggiunti di Roma, in materia di casa, lavoro e salute, vi si chiede di “eccedere” in chiarimenti. Vi si chiede di ripetere in ogni modo e dovunque che, con le vostre richieste, volete siano rimossi gli ostacoli che impediscono agli immigrati la parità nei diritti e che mai vi sognereste di chiedere una sorta di corsia preferenziale rispetto ad altri cittadini a loro volta esclusi dai diritti minimi essenziali.
Se, come certamente è, la battaglia degli aggiunti aspirerà alla parità, noi saremo con loro, in ogni caso, che si vinca o che si perda. Nell’altro caso, ci avranno avversari.
Sempre, immancabilmente avversari.

Fabrizio Molina


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