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Quel malinteso senso di comunità

by Redazione

di Vittorio Sammarco

Quando si leggono o si sentono le prime interviste a caldo in seguito a episodi drammatici di violenza (soprattutto su donne e bambini) in piccoli centri del nord, del centro come del sud Italia, le prime risposte sono tutte molto simili. E’ accaduto purtroppo anche di recente, con incredibili fatti di sterminio di intere famiglie o assassini di giovani donne che non volevano più essere parte di un progetto di coppia con l’uomo che non amavano più.
Di fronte a tanta efferata violenza, parenti, vicini, semplici conoscenti, persone illustri del luogo si affannano subito a dire: “non può essere uno di noi, non del nostro Paese, della nostra comunità”. Ergo: “non può che essere uno straniero, uno che è venuto da fuori”. Lo scandalo e l’orrore sono troppo forti, fino a spingere a pensare che se fosse uno di noi, saremmo un po’ colpevoli anche noi.
E’ un classico che ci attanaglia ormai da anni: il pericolo, il male, non può che essere “straniero”, altro. Salvo poi capire, a indagini compiute e a verità rivelata, che invece era proprio uno di noi. E il dolore si moltiplica.
Le riflessioni a margine sono fin troppo facili. Ma forse utili.

Primo: che lo straniero, (magari anche di pelle o di religione diversa) è ormai il capro espiatorio di tutto. Anche se i numeri ci dicono che non è così, che il tasso di criminalità di chi non è italiano non è poi – a date condizioni – così diverso da quello indigeno. Ma tant’è, ci serve il nemico come esorcizzazione dei nostri mali. Vincere questo perverso immaginario collettivo, da qui in poi sarà compito di tanti uomini di buona e solida ragionevolezza.

Secondo: ma di quali comunità parliamo, chi sono “i noi” di cui si cerca di circoscrivere la buona fede e la mancata violenza? Il paese, la città, la provincia, il quartiere, la regione … ? Insomma, quando si alzano i recinti, con quali criteri li delimitiamo? E’ importante questo concetto, per capire con quali regole (e quindi chi le ha fissate) si sta dentro e si sta fuori. Vogliamo parlarne per individuarle insieme? O le regole di convivenza le scrive qualcuno (o pochi) e sono valide per tutti?

Terzo e ultimo: ma davvero si ha la pretesa di conoscere i membri della comunità a cui apparteniamo? Se ci scopriamo sorpresi dalla presenza del male, come se non potesse esistere – come si suol dire – anche nelle migliori famiglie, non è anche perché in fondo le nostre conoscenze sono diventate – anche quelle reali, fisiche – molto virtuali? Cioè “buongiorno e buonasera…”, “che tempo oggi signora mia…!”, “chissà dove andremo a finire?”, e quanto altro di banale da mettere in conto nelle nostre ordinarie comunicazioni.
Siamo cioè convinti che questi superficiali incontri siano il tessuto delle nostre comunità, piccole o grandi che siano. Frequentiamo una conflittualità spinta e costante, alimentata spesso dall’invidia e dal sospetto, e poi, se scatta il dramma, siamo pronti a sostenere che, per carità, non può che venire dallo straniero. I nostri non potevano fare qualcosa di simile.
Come chiamarla in una parola: ipocrisia? Sì, ma c’è dell’altro. Un cattivo modo di concepire cosa è o non è comunità, città, Paese, Stato.
Dovremmo rifletterci, ritornare a dialogare e a studiare, individuare, selezionare e costruire. Con pazienza e fatica, ma anche con coraggio e speranza.
Perché se poi, in un evento come i mondiali di calcio, massima rappresentazione globale del senso di popolo, qualcuno ci dà delle amare lezioni, ebbene, lamentarsi non serve proprio a nulla.


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