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Civiltà globale o niente

Alcune maestre volenterose, parroci che non diverranno mai vescovi, catechisti, capi scout, animatori di comunità, in questi giorni rivolgono ai ragazzi, tutti la stessa domanda: “che ti ha insegnato la pandemia?”. E questi piccoli grandi santi quotidiani lo sanno cosa sfidano facendo quella domanda: filosofi analfabeti, bifolchi della tastiera, opinionisti da Domenica live che li accuseranno di essere dei pericolosi rintronati. Letta così, in effetti, la domanda ha lo stesso sapore demente di quelli che, parlando d’altri, sostengono che la disabilità è un dono. Nientemeno! Ma guardata più nel profondo qualcosa da chiederci c’è davvero. Se per un po’, almeno per un po’, i liberisti della John Cabot University dovranno andarsi a nascondere, se i tagliatori di sanità e posti letto dovranno cambiare identità per pudore, se chi fa la fila alle 3 del mattino per l’ultimo iphone, si sentirà per davvero il coglione che è, forse lo dobbiamo più alla pandemia che alla nostra coscienza politica. Ci siamo scoperti fragili ed esposti, sostenitori di religioni tecnoavanzate che salvano i loro preti e condannano la folla plaudente all’inferno sulla terra. Forse qualcuno tra noi comincia a capire il tragico tranello in cui siamo caduti. Che la libertà economica fatta così serve ai ricchi e basta. Forse a qualcuno comincia a venire il dubbio che Gates, Zuckerberg, Jeff Bezos, non sono i nostri eroi, ma i nostri “tumori” e che in quanto “tumori” vanno combattuti non esibiti. Che Steve Jobs non è un Che Guevara, a cui dedicare film e libri e poster per le stanze degli adolescenti, ma un miliardario che è morto perché semplicemente era giunta la sua ora. E se ora, i cosiddetti giganti del web, cominceranno a pagare due soldi di tasse, potremo dire che era ora. Sapendo però che se questo può accadere non è merito nostro ma del covid – 19. Ecco in fondo a cosa alludono con quelle domande ai ragazzi, quelle maestre, quei capi scout e quei parroci che non diverranno mai vescovi.

Fabrizio Molina

Foto di Andrzej Rembowski da Pixabay


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