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Demografia, immigrazione e sviluppo nell’Italia del Covid

Ci aspetta una lunga stagione di sacrifici. Li può richiedere solo chi ha una visione del futuro realistica e non velleitaria, chi è preparato a gestire il futuro e non chi misura le scelte solo alla distanza del proprio naso, guardando ai problemi dentro i confini del proprio mandato e scaricando il costo delle proprie scelte sulle future generazioni. Una riflessione approfondita e sostenuta dai numeri, scritta dal vicepresidente di Nessun luogo è Lontano, Beppe Casucci

La prolungata crisi economica e la pandemia del Covid-19, hanno messo a nudo criticità e tendenze presenti da anni nella nostra società: demografia in discesa, aumento della mortalità, e il crescente debito pubblico ci prospettano una strada che rischia di essere senza uscita. In questo breve saggio ci poniamo alcune domande: che impatto avrà la caduta demografica sul mercato del lavoro e sulla società nel suo complesso? Quali saranno i settori dove la scarsità di personale sarà progressivamente più evidente? C’è modo di attenuare questo gap, attraverso una gestione intelligente dei flussi migratori? abbiamo un eccesso di giovani ad alta qualificazione che cercano lavoro all’estero. Continueremo ad attrarre manodopera straniera a bassa qualificazione? C’è modo di cambiare questo modello, magari facendo buon uso dei titoli di studio e delle competenze che gli stranieri hanno acquisito all’estero? La politica di Draghi e il PNRR possono essere l’occasione per ripensare a un diverso sviluppo? Cosa dovrebbe cambiare (anche alla luce della pandemia) nei futuri modelli economici e sociali per rendere l’Italia attrattiva economicamente e positiva demograficamente? E dove si dovrebbe maggiormente investire per correggere storture che rischiano precludere all’Italia un futuro migliore?

Il contesto

Nel 2020 si sono sommati in Italia fattori antropologici che sono destinati a influire sul futuro prossimo del nostro Paese. E cioè: un ulteriore crollo della natalità; una riduzione della speranza di vita alla nascita, su cui la pandemia del Covid ha avuto effetto moltiplicatore; una stabilizzazione della popolazione di origine straniera e riduzione della mobilità interna e internazionale che ha congelato ingressi e uscite dal Paese; una riduzione della popolazione in età attiva, in parallelo con perdite consistenti di posti di lavoro.
Natalità. Nel 2020, le nascite sono state 404 mila a fronte di un livello eccezionale di decessi (746 mila): in un anno, cioè abbiamo perso una popolazione pari ad una media città: 342 mila abitanti. Se alziamo lo sguardo agli ultimi sette anni, la situazione appare ancora più preoccupante: dal 2014 al 2021 il calo di popolazione è stato ininterrotto, facendo perdere all’Italia quasi 1,1 milioni di abitanti. Attualmente la popolazione residente nel nostro Paese è scesa a 59, 2 milioni. Ma se sottraiamo da questa cifra i circa 5 milioni di stranieri residenti e 1,6 milioni di nuovi italiani, avremo un totale di nativi ridotto a 52, 6 milioni di autoctoni. Questo processo è dovuto in buona parte al crollo del tasso di fertilità, pari oggi in media a 1,24 figli per coppia, all’aumento della mortalità il tutto peggiorato dal catalizzatore Covid. Nel 2021, secondo Istat, potremmo assistere a un minimo storico di 1,15 figli per coppia.

Speranza di vita. Per effetto del forte aumento della mortalità, l’anno scorso, (18% in più rispetto al 2019) la sopravvivenza media ha perso in un anno circa 14 mesi. Gli uomini risultano più penalizzati, con circa 16 mesi persi in media, contro i 12 mesi in meno per le donne.
Ma “l’inverno demografico” (com’è stato chiamato dal papa e da Draghi) sommato alla pandemia sembra aver avuto un effetto più generale, sia sulle nascite, sia sui comportamenti delle persone e più in generale sull’economia. Ha scritto l’Istat in un suo recente rapporto: «Nel 2020 la pandemia ha prodotto effetti non soltanto sulla mortalità ma anche sulla mobilità residenziale, arrivando ad incidere persino sui comportamenti riproduttivi e nuziali. Ne scaturisce un quadro globale, già di per sé fortemente squilibrato da dinamiche demografiche deboli sul versante del ricambio della popolazione, nel quale le stesse problematiche risultano accentuate e modificate».
Di questo passo, comunque, secondo Istat si andrebbe verso la media di un solo figlio per coppia, cosa che significa il dimezzamento dei nuovi nati per ogni generazione. Una tendenza la quale, se non ci si mette rimedio, porterebbe ad un calo drastico della popolazione (forse a 40 milioni di nativi entro fine secolo).

Gli stranieri e noi. A questo quadro a tinte fosche, va aggiunto anche quello della stabilizzazione della popolazione di origine etnica. Oggi i residenti stranieri sono circa 5 milioni, una cifra sostanzialmente stabile da oltre cinque anni. La pandemia ha ridotto al minimo la mobilità (sia nel paese che con l’estero), per cui l’anno scorso non abbiamo avuto la fuga dei giovani verso altri paesi europei (sia italiani che stranieri). Non c’è dubbio, però, che con la ripresa dei viaggi intra UE l’emorragia dei nostri talenti potrebbe continuare. Non si può comunque sperare che l’afflusso di nuovi stranieri compensi minimamente il crescente gap demografico: non solo i comportamenti riproduttivi delle famiglie straniere tendono lentamente ad allinearsi ai nostri (con una graduale discesa del numero di figli per coppia), ma anche l’afflusso di nuovi migranti tende ad essere limitatissimo rispetto alle grandi cifre annuali registrate nel primo decennio del nuovo secolo. Ed anche la minore età della popolazione straniera (37 anni contro i 47 degli italiani) rischia di non essere di grande aiuto nel ringiovanire la popolazione nel suo complesso. Inoltre, il blocco dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, i ripetuti ostacoli frapposti al processo d’integrazione, nonché molti comportamenti discriminatori – ancora presenti – non favoriscono la voglia dei migranti di venire a vivere in Italia e scommettere sul suo futuro: è ben noto che chi arriva via mare o dalla rotta balcanica, ha spesso in mente altre destinazioni e solo gli impedimenti legislativi (tra cui il regolamento di Dublino) raffreddano la loro voglia di stabilirsi in altri Paesi europei.

Discesa della popolazione attiva. La perdita di popolazione pesa già sul mondo produttivo e le prospettive di ripresa; se non corretta pesantemente, essa è destinata ad aggravare la nostra situazione economica e sociale e non mancherà di influire sul futuro del nostro sviluppo. In effetti il calo della popolazione non avviene in maniera proporzionale sulle fasce d’età: col calo delle nascite e l’allungamento della vita, a scendere è la popolazione nella fascia d’età lavorativa (da 15-64 anni già calata al 63,7%). Oggi gli ultra65enni sono il 23,5% della popolazione totale, contro il 12,8% dei più giovani (fino a 14 anni).
Il Pil, però, lo fanno le persone attive: con il loro calo, aumenta anche il debito pubblico, tendenzialmente l’inflazione e la necessità di appesantire le tasse. Anche così la spesa previdenziale e assistenziale sarà sempre meno sostenibile con gravi rischi per l’equilibrio economico dell’Inps. Senza la nuova linfa vitale dei giovani, alla lunga si potrebbe rischiare il default del nostro Paese. I giovani, essendo progressivamente meno, dovranno farsi carico di un welfare pesante a favore del crescente numero di anziani. Un welfare per cui verranno pesantemente tassati, e che probabilmente a loro verrà negato quando andranno in pensione.
Una volta si pensava ai figli come ammortizzatore sociale per la propria vecchiaia; oggi avviene l’inverso: sono gli anziani a sostenere i giovani senza lavoro. Domani questo comportamento sociale potrebbe cambiare ancora: con anziani più poveri che torneranno a dover contare sull’aiuto, magari dell’unico figlio.

Cosa fare?

Resta dunque imperativo cambiare radicalmente la politica e i servizi a favore della famiglia e della natalità. Qualcuno ha detto che l’italianità rischia l’estinzione: forse è un giudizio drastico, ma non vi è dubbio che siamo in pieno inverno demografico; che i migranti ci possono aiutare, ma non ci possono salvare e che decisioni forti vanno prese e presto. È anche chiara la necessità di cambiare radicalmente le norme a favore delle famiglie: senza servizi qualificati, senza incentivi economici mirati, senza certezza per il proprio futuro, sarà difficile cambiare l’atteggiamento culturale delle coppie italiane a rallentare il più possibile e a limitare l’arrivo di figli. Ma è una strada senza alternative: bisogna mettere mano e invertire la tendenza alla bassa natalità, pena gravi conseguenze antropologiche, sociali ed economiche per la nostra società. L’alternativa, se non facciamo niente, è il declino certo del nostro Paese: economico, sociale e politico.
Sul fronte migratorio, inoltre, va attuata una politica di attrazione dei talenti, di valorizzazione e riconoscimento delle competenze acquisite all’estero, assieme alla gestione dei flussi d’ingresso per lavoro mirata a rispondere alle esigenze del mercato, sia produttivo che dei servizi.
Invece che insultare, discriminare e respingere gli stranieri, è fortemente nel nostro interesse sviluppare una politica intelligente di accoglienza, integrazione, ricerca mirata di competenze, assieme al rispetto dei diritti umani e civili.
L’immigrazione non ci salverà dal declino demografico, ma può aiutarci – assieme ad altre misure sociali – a provare a invertire la rotta.

Vediamo cosa potrebbe succedere all’economia ed alla società del prossimo futuro.

Economia: la disoccupazione è destinata a calare. Già ora settori economici denunciano la difficoltà a trovare sul mercato le competenze di cui hanno bisogno. Passata l’anomalia della pandemia, sarà sempre più frequente la scarsità di lavoratori, specialmente per i settori in crescita. Le stesse innovazioni tecnologiche ridurranno le necessità di manodopera in comparti a forte innovazione, mentre permarranno disponibilità di lavoro manuale nei settori a bassa specializzazione. Comparti come la scuola vanno verso un progressivo crollo occupazionale, come conseguenza della mancanza di studenti, questo vale anche per gli asili nido. E in generale l’informatizzazione del pubblico impiego dovrebbe portare a una semplificazione generale delle procedure, a una maggiore specializzazione delle competenze, ma anche a una riduzione di disponibilità lavorative nel settore pubblico.
Il settore sanitario mostra da anni forti carenze in termini di personale e mezzi. Rafforzarlo significa dover mettere fine al numero chiuso nelle università, per medici e infermieri. Significa anche limitare le barriere che impediscono il riconoscimento di quei titoli conseguiti all’estero; barriere che hanno portato alla creazione di un canale secondario (e altamente sfruttato) di accesso alle professioni sanitarie, in cui si chiede agli stranieri di lavorare senza riconoscerne titoli e competenze.
Sarà fondamentale qualificare e aumentare l’offerta formativa per aumentare le chance di impiego dei giovani. Un problema cui ci potremmo trovare davanti è la disparità tra numero di persone richieste in certi lavori a elevatissima scarsità e, al contempo, eccesso di lavoratori qualificati per lavori in progressiva riduzione o trasformazione.
Eccezione vale per i settori non automatizzabili. La cura degli anziani, su tutti. Con la crescita dell’età media e il boom degli anziani, in pochi anni mancheranno caregivers ed in generale professioni nel servizio alla persona.
Una serie di mestieri soffriranno scarsità di manodopera. Quindi l’immigrazione diventerà una necessità assoluta e semmai (la Germania lo ha già fatto egregiamente) dovremo cercare di incentivare una categoria di immigrati coerente con la nostra evoluzione sociale, piuttosto che proclamare la necessità di difendere i confini.
Nulla è stato fatto in questi anni per prepararci socialmente a quello che ci attende, anzi spesso il politically correct è il catalizzatore più importante della protesta, perché i penultimi incolpano sempre gli ultimi per le loro sfortune.

Le conseguenze meno ovvie

Alcune implicazioni di secondo ordine sono più incerte, ma potenzialmente più deflagranti a livello complessivo:

• l’inflazione potrebbe crescere anche in modo significativo. La scarsità di lavoro e il calo dell’incremento della produttività renderanno il rapporto tra disponibilità e costo del lavoro sbilanciato. Qualsiasi economista sa che lo shock inflattivo da costo del lavoro è molto più difficile da controllare rispetto all’incremento di prezzo delle materie prime, peraltro indotto e già evidente dall’effetto riduzione capacità da Covid. Quindi andiamo incontro ad anni in cui le tensioni inflazionistiche potrebbero essere consistenti, e ugualmente le banche centrali saranno molto restie ad agire alzando i tassi di interesse in un contesto di debito pubblico a livelli da record storico. L’equazione è semplice e un po’ di inflazione è una tassa sul risparmio non esplicita ma molto efficace. Molto meno impopolare di qualsiasi altra tassa, con un gettito certo e tra l’altro senza difficoltà di riscossione. È anche una tassa molto iniqua, ma questo andrà, almeno in Italia, a controbilanciare decenni in cui il trasferimento intergenerazionale a carico dei giovani è stato così elevato da renderlo insostenibile;

• ci sarà un eccesso di disponibilità di abitazioni e l’effetto Covid/smart working renderà meno interessante il costo del vivere in centro città rispetto ai benefici. Negli ultimi 10 anni i valori immobiliari in Italia sono scesi in modo sensibile e si è assistito a una notevolissima erosione del reddito immobiliare e anche del capitale di intere generazioni che hanno investito nel mattone. L’inflazione nominalmente aiuterà, ma in termini reali l’erosione dei valori immobiliari potrebbe essere ancora abbastanza cospicua. Questo significa che una generazione di risparmiatori si ritroverà con un patrimonio che pensava essere di sicurezza e che invece lo sarà molto meno;

tasse e imposte rischiano necessariamente di aumentare. L’equazione è semplice: se meno persone lavorano, meno tasse e contributi arriveranno allo Stato. Di conseguenza, per compensare il buco crescente, si dovranno aumentare le tasse; si dovrà versare di più per compensare i costi pubblici, l’assistenza e la previdenza. Dove e su quali redditi/patrimoni è una scelta fondamentale e politica. Quello che si osserva oggi è che la creazione di lavoro ad alta produttività, potrebbe essere un buon antidoto ad un aumento dei livelli di tassazione.  Purtroppo, questo genere di messaggio non servirà a scaldare gli animi, mentre le più svariate forme di sussidio sembrano pagare elettoralmente;

le tensioni sociali cresceranno. In regime di fortissima evoluzione, cambio demografico mai visto, eccesso di debito, concorrenza tra Paesi e modelli di sviluppo diversi che assumerà accenti molto duri e soprattutto, uscendo dall’epoca del diritto universale, sarà difficile evitare la crescente rabbia sociale quando qualcuno o meglio molti scopriranno che gran parte dei diritti non esistono più e sono sostituiti da doveri pressanti. Molte categorie protesteranno anche vivacemente e il collante sociale in un contesto di demografia come quello che ci attende risulterebbe difficilissimo da tenere.

Ci aspetta una lunga stagione di sacrifici. Li può richiedere solo chi ha una visione del futuro realistica e non velleitaria, chi è preparato a gestire il futuro e non chi misura le scelte solo alla distanza del proprio naso, guardando ai problemi dentro i confini del proprio mandato e scaricando il costo delle proprie scelte sulle future generazioni. Il problema, il grosso insuperabile problema, è che le future generazioni saranno sempre più esigue. E quindi il conto da pagare ritorna molto rapidamente al mittente.

Foto di Cheryl Holt da Pixabay


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