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Donne straniere, lavoro e discriminazioni (multiple)

Sul contributo delle donne straniere, le discriminazioni ed il gap salariale e professionale, un saggio ricco di informazioni e dati curato da Beppe Casucci, vicepresidente di Nessun Luogo è Lontano

Il fenomeno della femminilizzazione dei flussi migratori è attualmente al centro di numerosi studi, che si concentrano su meccanismi e dinamiche, che vedono sempre più preponderante la presenza femminile nel proseguire delle ondate migratorie, soprattutto di questi ultimi anni. Nello specifico, si cerca di comprendere le scelte di certi percorsi favoriti dalle donne, i vari tipi di migrazione al femminile, le implicazioni sociali, economiche e psicologiche del migrare essendo donna. E si cerca anche di capire quali siano le relazioni che si instaurano tra donne italiane e donne immigrate, nonchè quelle che queste ultime mantengono con il proprio Paese d’origine. Infine, gli studi concentrano le loro analisi anche su altri aspetti, che entrano in gioco in questa migrazione tutta al color rosa: ovvero le tensioni che si instaurano tra approcci di genere e multiculturali, quando si tratta di realizzare una tutela giuridica per le donne da forme di violenza, sfruttamento e discriminazione. A tal proposito, la legislazione e le politiche italiane spesso non hanno risposto efficacemente a livello giuridico, trascurando la dimensione di genere dei flussi migratori, anche se qualcosa si sta muovendo, come una nuova sensibilità a proposito della tutela da forme di violenza, di sfruttamento e di discriminazione multipla.

Fattori che influenzano vita e scelte delle donne migranti

Culturali – Emigrare rappresenta un’esperienza che ridefinisce il ruolo della donna, sia dentro che fuori il contesto della Comunità d’appartenenza, ma a questo processo concorrono un insieme di fattori che non sono solo costituiti dal genere o dalla nazionalità, dall’appartenenza religiosa, dall’appartenenza etnica, dalla classe di provenienza, dal livello culturale, dall’età, ma da tutti questi e altri fattori interagenti insieme. Ad esempio, le donne che giungono in Italia per lavorare, diventano coloro che contribuiscono al mantenimento delle famiglie nei Paesi d’origine, ma anche interlocutrici dei servizi bancari grazie alle rimesse.

Contemporaneamente, però, i differenti livelli culturali (e spesso religiosi) delle persone migranti provenienti dalle aree rurali del Nord Africa e dell’Asia del Sud inducono più facilmente le donne a rimanere relegate all’interno delle mura domestiche. Anche in tal caso, però, non è da sottovalutare la capacità delle donne immigrate di stabilire delle relazioni per la partecipazione alla propria vita sociale in Italia, per costruire la propria identità e trovare i propri sistemi di riferimento.

Legali – Per quanto attiene le norme che tutelano le donne immigrate da forme di discriminazione, basata su più fattori, in Italia, così come per gli altri Paesi europei, l’implementazione delle direttive antidiscriminatorie del 2000 ha generato una nuova sensibilità rispetto le forme di discriminazioni multiple. Tali norme prevedono che siano adottate le misure necessarie, per far sì che i fattori discriminatori non siano causa di doppia discriminazione, considerando il diverso impatto che le medesime forme possono avere su donne e uomini. A questo proposito, i comitati Cerd e Cedaw fanno riferimento da anni al concetto di discriminazione multipla. Un esempio è quello rappresentato dalla Raccomandazione n. 32 del Cerd (Committee on the Elimination of Racial Discrimination) del 2009 che, in materia di art. 1.1 della Convenzione, stabilisce che i fattori discriminatori sono estesi nella pratica dal concetto di “intersezionalità”, nel contesto in cui il Comitato si occupa di situazioni di discriminazioni multiple o doppie, (come ad esempio avviene per quella basata su religione e genere), qualora emerga che una discriminazione su tale fattore esista in combinazione con uno o più fattori (enucleati all’art. 1 della Convenzione). Ulteriore strumento adottato per la tutela delle donne immigrate è rappresentato dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), la quale è stata ratificata dall’Italia con la Legge 27 giugno 2013, n. 77, che si sofferma nello specifico su gravi forme di violenza, tra cui la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto “onore” e le mutilazioni genitali femminili. Proprio per rafforzare il sistema di protezione, oltre che giuridico, per tutte le donne immigrate, vittime di gravi forme di violenza subite, è stato aggiunto un nuovo articolo (art. 18 bis) nel Testo Unico sull’immigrazione, con il quale si introduce un nuovo tipo di permesso di soggiorno, ossia per motivi umanitari alle vittime straniere di violenza domestica, rinforzando in tal modo, la tutela delle vittime prive di permesso regolare.

Le donne straniere in Italia (dati)

Le donne di origine straniera residenti in Italia sono oltre la metà dei cittadini dei paesi terzi che vivono e lavorano con noi e negli ultimi anni hanno avuto una tendenza crescente. Secondo i dati riportati, dal 1° gennaio 2005 al 1° gennaio 2020, il numero di donne di cittadinanza straniera residenti in Italia ha registrato un aumento del 141,0% (contro un + 112% degli uomini). Nel 2020, le donne rappresentano il 52,7% del totale degli stranieri residenti in Italia (5.306.548), vale a dire l’8,6% della popolazione femminile totale: secondo l’Istat erano 2.748.476 al 1° gennaio 2020. Il 58% di loro proviene da un paese europeo, un terzo ha la cittadinanza di un paese UE. Le nazionalità più rappresentate: quella rumena, albanese e marocchina. Rispetto al titolo di soggiorno, il 56% è lungo-soggiornante. Il permesso di soggiorno per motivi familiari rimane il titolo di soggiorno temporaneo più diffuso tra le immigrate (70% del totale), seguito da quello per motivi di lavoro (17%) o per motivi di protezione internazionale (5,1%). Tra le extra-europee cresce il numero delle nubili, che rappresenta il 65%. Migrano sempre più da sole o per ricongiungimento familiare. Tutte, subiscono una doppia discriminazione come migrante e come donna.

Secondo un rapporto dell’Agenzia Europea per i Diritti fondamentali (FRA) sulle donne migranti, un terzo di loro ha un titolo di studio universitario e circa un terzo delle donne migranti che lavorano hanno un lavoro altamente qualificato.

Straniere nel mercato del lavoro

Dove lavorano e come – Questa l’attuale consistenza numerica delle donne straniere in Italia e alcune delle loro caratteristiche. Altri dati interessanti riguardano l’inserimento delle stesse nel tessuto sociale italiano, a partire dal mercato del lavoro. Il mercato del lavoro italiano è ancora fortemente segregato orizzontalmente in base all’origine migratoria: al di fuori di ogni luogo comune, le occupazioni più rischiose, a scarsa professionalizzazione e meno pagate sono ancora occupate da persone straniere: di queste, circa 2 su 3 svolgono lavori non qualificati (63,6%, contro solo il 29,6% delle persone italiane), mentre ha un impiego qualificato solo l’8% (contro il 38,7% della forza lavoro italiana). Un quinto della forza lavoro straniera è impiegato nell’edilizia, nell’agricoltura e nel comparto alberghiero-ristorativo. Ancora più eclatante: il 68,8% è impiegato nei servizi domestici e di cura alla persona. Proprio quest’ultimo settore impiega il 40,6% delle donne straniere presenti in Italia. In altre parole, il 50% della popolazione straniera nel suo complesso si concentra in sole 13 professioni: se si guarda alle donne straniere, però, le professioni scendono a 3, ovvero i servizi domestici, la cura della persona e le pulizie di uffici e negozi. La forza lavoro italiana copre almeno 44 professioni, le donne italiane 20.

Vale la pena di evidenziare che – secondo dati forniti dall’Istat – nel 2019, il 40,6% delle donne straniere di età compresa tra 15 e 29 anni non lavora e non studia (la cosiddetta condizione Neet), a fronte del 22,3% delle coetanee italiane.

Dal punto di vista della conciliazione vita-lavoro, nel 2019 il tasso di occupazione delle donne italiane con figli in età prescolare era pari al 48,9%, a fronte del 32,0% tra le donne comunitarie e del 22,7% tra le non comunitarie. Queste ultime, inoltre, sono prevalentemente inattive (più di 70 su 100), e appena 6 su 100 sono alla ricerca di un impiego.

Lingua – Non c’è molta differenza tra donne e uomini migranti quando si parla di conoscenza della lingua del Paese ospitante, un prerequisito importante per trovare lavoro. Esistono tuttavia alcune notevoli eccezioni, fra cui per esempio quelle di uomini e donne nordafricane, che parlano un buon olandese nei Paesi Bassi (80% contro il 65%) e uomini e donne asiatici in Italia (49% contro 29%). Complessivamente, solo il 52% delle donne migranti intervistate ha un lavoro retribuito rispetto al 73% degli uomini migranti. Questo divario è leggermente superiore al divario di genere riferito alla popolazione generale, dove lavora il 63% delle donne e il 71% degli uomini.

Occupazione – Secondo dati del Ministero del Lavoro (Rapporto annuale 2020) l’occupazione femminile (anche a causa della pandemia, ma non solo) fa registrare performance nettamente peggiori rispetto a quella maschile. Il tasso di occupazione è pari al 55% tra le comunitarie e al 46,5% tra le extra UE, il tasso di disoccupazione è 15,6% tra le comunitarie e 16,7% tra le extra UE, il tasso di inattività è 34,7% tra le comunitarie e 43,9% tra le extra UE. Differenze notevoli si riscontano anche tra le diverse comunità e a livello territoriale.

Lavoro domestico Il lavoro domestico – così preponderante per l’occupazione delle donne straniere in Italia – è oggetto nel dossier Immigrazione di Idos di ben due focus specifici. Nel 2019, le persone regolarmente impiegate in questo settore in Italia sono 848.987: il 70,3% del totale è rappresentato da persone straniere, l’88,7% delle quali sono donne. La componente di lavoro irregolare non può, tuttavia, essere tralasciata: secondo le stime elaborate su dati Istat, la forza lavoro in questo settore si attesta sui 2 milioni di persone, 6 su 10 senza un regolare contratto di lavoro e, in alcuni casi, di un permesso di soggiorno. Secondo la contrattazione collettiva prevista per il settore, la retribuzione contrattuale per i lavoratori e le lavoratrici conviventi è di 868,24 euro lordi al mese, per un orario di lavoro ordinario di 54 ore settimanali (3,71 euro per ora); per i non conviventi è di 6,13 euro lordi per ogni ora di effettivo lavoro. Davvero tante persone, tante donne, che guadagnano molto poco e che la recente regolarizzazione del 2020 ha fatto ben poco per farle emergere dal sommerso. Se la maggioranza delle immigrate si ritrova a lavorare in nero nei lavori di cura, va segnalato anche un dato positivo come la crescita dell’imprenditoria sostenuta da donne immigrate, il 23,1% di tutte le aziende guidate da lavoratori immigrati, e anche l’incremento dell’associazionismo per lo scambio interculturale, lotta alle discriminazioni, consulenza. Ma per quelle donne migranti lavoratrici che hanno meno tempo e possibilità di tessere reti amicali sul territorio esiste il rischio di un forte isolamento sociale e malessere psico-fisico.

Straniere e discriminazioni multiple

Per le donne di origine straniera si parla di “doppio svantaggio” e “doppia discriminazione”: si sommano, cioè, lo svantaggio di essere donna e quello di essere straniera, con effetti sia sotto il profilo occupazionale (la segregazione in determinati lavori) sia sotto quello retributivo, in quanto sono impiegate nei settori con il più basso salario, e spesso pagate meno – senza reale motivo – dei loro omologhi stranieri o delle donne italiane. Anche tenendo in considerazione differenze nelle caratteristiche rilevanti a determinare il salario (istruzione, esperienza lavorativa etc.), ed eventualmente considerando la necessità di risiedere alcuni anni nel paese di destinazione per colmare gap culturali, le donne straniere guadagnano meno di quanto dovrebbero. Dunque, quali sono i motivi delle differenze di retribuzione tra donne italiane e donne immigrate e del gap salariale tra donne e uomini immigrati? Questi motivi risiedono nella differente istruzione, esperienza, settore, etc. oppure tali differenze non sono giustificate?

Un’analisi condotta da Idos su dati Istat, ha evidenziato come nel confronto tra uomini e donne migranti con le stesse tipologie di occupazione, il divario salariale non sia assolutamente motivato, perché non esistono differenze rilevanti nelle caratteristiche sopracitate: per esempio, le donne immigrate hanno in media un’istruzione maggiore, che dovrebbe compensare la minor esperienza lavorativa. Si stima quindi che oltre il 97% del differenziale salariale (che ammonta a “solo” il 7.4%) sia imputabile a discriminazione di genere tra i migranti, in assenza della quale le donne dovrebbero guadagnare quasi quanto gli uomini. Al contrario, nel confronto tra donne italiane e straniere con le stesse occupazioni, la differenza retributiva è parzialmente giustificata. Per quanto le donne straniere siano in media ben istruite, infatti, il livello di istruzione delle donne italiane è più alto, e anche l’esperienza lavorativa e il settore di impiego motivano in parte un salario maggiore. Probabilmente la segregazione delle donne straniere in determinati settori, e le enormi difficoltà nel cambiare lavoro, sono a loro volta in parte frutto di discriminazione, e meriterebbero un’analisi a sé stante. Considerando però i settori di impiego come dati, viene fuori che del differenziale salariale etnico (27%), oltre il 58% è motivato. La discriminazione etnica è quindi responsabile di circa il 40% del divario.

Donne migranti e pandemia

Nonostante il tema delle migrazioni venga declinato spesso al maschile, analizzare la situazione migratoria in un’ottica di genere è possibile e necessario. Le donne più degli uomini hanno risentito negativamente della situazione causata dalla pandemia. In un sondaggio fatto da Ismu recentemente, solo il 27% delle donne intervistate hanno dichiarato di non aver avuto alcun impatto dal Covid 19, a fronte del 37% degli uomini. Più degli uomini le donne hanno dovuto rinunciare a visite mediche (9,3% vs 5,2%) e riportano l’insorgenza o l’aumento della depressione, aspetto che ha interessato il 46% delle donne ed il 39% degli uomini. Questo sul piano generale. Quando si passa agli aspetti occupazionali, il panorama appare anche più drammatico. I dati sull’occupazione pubblicati dall’Istat nei giorni scorsi. 444.000 posti di lavoro sfumati nel 2020, 300.000 dei quali riguardano le donne. Da novembre 2020 sono stati 101.000 i posti di lavoro persi di cui 99.000 occupati da lavoratrici. In questa situazione, l’emergenza Covid-19 ha giocato un ruolo fondamentale causando nel settore la perdita di 13mila posti di lavoro. Eppure, a marzo, proprio mentre scattava il lockdown, le assunzioni nel settore domestico sono aumentate del 40,4% rispetto all’anno precedente: la ragione di tale “corsa alla regolarizzazione” è forse rintracciabile nella necessità di giustificare tramite autocertificazione la ragione dei propri spostamenti, comunicando le generalità del datore di lavoro. Un’altra motivazione suggerita dal dossier risiede, di nuovo, nel ruolo che il lavoro domestico svolge nel consentire la conciliazione vita-lavoro dei genitori italiani: durante il periodo di confinamento domestico, i genitori – spesso in smart-working – non potevano contare sull’aiuto dei nonni, né sulle ore che i figli e le figlie passano ogni giorno a scuola, e hanno optato per l’impiego di personale che si occupasse di loro. A tal proposito, il dossier parla di 25mila assunzioni “emergenziali” nel settore domestico: nei mesi aprile e maggio 2020, infatti, i licenziamenti sono aumentati, anche considerando che il settore domestico non è stato incluso dal blocco disposto per legge per tutti gli altri comparti. I lavoratori e le lavoratrici del settore domestico hanno, però, potuto godere dell’indennità Covid19, introdotta con il “Decreto rilancio”: una misura di sostegno al reddito di 1.000 euro destinata alle lavoratrici e ai lavoratori non conviventi che, alla data del 23 febbraio 2020, avevano in essere uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore alle 10 ore settimanali. E, tuttavia, il dossier ci ricorda anche che, a causa del Covid19 e della paura del contagio, molte lavoratrici e lavoratori domestici sono stati licenziati dalle famiglie datoriali, rimanendo spesso senza alloggio e nell’impossibilità anche di tornare nel proprio paese di origine, se stranieri, a causa della chiusura delle frontiere.

Conclusioni: il quadro nell’Unione Europea

Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia europea sui diritti fondamentali (FRA), un sondaggio realizzato tra donne migranti nei 27 Stati membri ha rivelato un ampio gap occupazionale di genere, con meno donne impegnate in lavoro retribuito rispetto agli uomini. Questo come risultato di vari fattori: mancanza di competenze linguistiche, mancanza di qualifiche o riconoscimento delle qualifiche acquisite all’estero, mancanza di servizi pubblici per l’infanzia forniture sanitarie e pratiche di reclutamento discriminatorie. Ciò sottolinea l’urgente necessità per molti Stati membri di intraprendere un ulteriore lavoro per identificare le ragioni delle discriminazioni occupazionali di genere (di accesso al lavoro, salariale e nei percorsi di carriera) e quali siano i rimedi appropriati da adottare – comprese misure forti per affrontare i fenomeni di discriminazione, che possono scoraggiare donne e giovani con un background di minoranza etnica dal continuare la loro istruzione o dal fare domanda di lavoro, contribuendo all’esclusione sociale e all’alienazione Le conclusioni raggiunte dal rapporto di FRA evidenziano anche le conseguenze della dipendenza delle donne – che migrano per il ricongiungimento familiare dal loro “sponsor”- che di solito è il marito, per l’accesso al lavoro o a un permesso di soggiorno autonomo. L’attuale legislazione dell’UE permette agli Stati membri di limitare l’accesso dei membri della famiglia a un permesso di soggiorno autonomo (indipendente da quello dello sponsor) per un periodo fino a cinque anni, ma la Commissione Europea e la FRA hanno raccomandato di ridurre al minimo tali restrizioni e gli oneri amministrativi relativi alle domande di ricongiungimento familiare. Gli Stati membri (e l’Italia) dovrebbero utilizzare i dati generati dall’indagine della FRA e considerare lo sviluppo di misure mirate e sensibili al genere. Si deve attingere a questi dati e risultati per fornire una guida sulla promozione dell’integrazione degli immigrati, attraverso futuri auspicabili piani d’azione, includendo considerazioni nelle raccomandazioni specifiche per paese, in modo da tenere pienamente conto delle differenze di genere. Questo potrebbe anche contribuire a raggiungere l’obiettivo dell’Agenda globale 2030 “non lasciare nessuno indietro”, e del suo specifico obiettivo di sviluppo sostenibile n. 5, che chiede agli Stati di “raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze”.

Il quadro della complessa situazione sottolinea la necessità di misure attente alla dimensione di genere e capaci di supportare la partecipazione e l’inclusione delle donne migranti nella società. Alcune misure potrebbero riguardare l’offerta di misure di conciliazione familiare (servizi di baby-sitting e per l’infanzia in generale) e opportunità di formazione rivolte a donne migranti, compresi corsi per rafforzare le competenze linguistiche.

Esiste naturalmente un problema di riconoscimento dei titoli di studio e degli skills professionali che, nel caso delle donne straniere, renderebbe loro possibile una maggior partecipazione nel mercato del lavoro ed una minore dipendenza dai loro congiunti.

Foto di Vinzent Weinbeer da Pixabay

(25.02.21)


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