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E’ importante celebrare la ricorrenza, ma bisogna ridare dignità al popolo degli invisibili

rifugiati

Oggi 20 giugno si celebra come ogni anno la giornata mondiale del rifugiato. La ricorrenza è stata istituita nel 1951 dalle Nazioni Unite. Nel mondo ci sono quasi 80 milioni tra rifugiati e sfollati, solo lo 0,5% dei quali sono stati reinsediati in paesi sicuri. In Italia i richiedenti asilo oggi sono circa 20 mila, ma i richiedenti le varie forme di protezione sono stati negli ultimi anni quasi 200 mila. Spesso, di fronte alla chiusura dell’Italia alla migrazione legale (l’ultimo decreto flussi per lavoro a tempo indeterminato risale al 2010) chi sbarca nel Mediterraneo – anche se migrante economico – è costretto a formulare una richiesta di protezione per non essere immediatamente colpito da decreto di espulsione.

Con la legge 132/2018 (ex decreto Salvini) il governo di allora cancellò la protezione umanitaria, chiuse i porti e sequestrò le navi alle ONG impegnate nei salvataggi in mare. La protezione umanitaria era la richiesta più diffusa; la sua cancellazione (applicata anche in forma retroattiva) produsse l’espulsione dai centri di accoglienza (Siproimi, Cas) di decine di migliaia di stranieri. Questa politica draconiana ha portato ad ingrossare enormemente l’esercito dei sans papier (valutati oggi in quasi 690 mila persone), a tutto vantaggio del lavoro nero delle forme di sfruttamento anche gravi, in agricoltura, edilizia, commercio e lavoro domestico, in particolare.

Dal punto di vista delle condizioni di vita, decine di migliaia di esseri umani si sono ritrovati senza alcuna forma di protezione e supporto, abbandonati per strada, oppure ammucchiati in edifici occupati senza luce e acqua in mezzo alla sporcizia ed all’abbandono. Oggi, alla luce dei rischi prodotti dalla pandemia del Covid 19, ci si chiede che valore abbia la politica di distanziamento sociale e prevenzione, se non si controlla la bomba sociale e sanitaria prodotta dai decreti Salvini: centinaia di migliaia di stranieri abbandonati e senza controllo sanitario, potenziali portatori inconsapevoli dell’epidemia. Non si possono espellere, non si possono ricollocare eppure non si vuol dare loro alcuna dignità. Non è questo certo il modo migliore di celebrare la giornata del rifugiato.

Dal 1° giugno (e fino al 15 agosto) è in atto una procedura di emersione dal lavoro irregolare, talmente complessa e costosa che rischia di lasciar fuori una buona parte degli stranieri irregolari. UIL, Cgil, Cisl hanno avanzato all’Esecutivo proposte chiare per recuperare quello che rischia di diventare parzialmente un flop: estensione della regolarizzazione a tutti i settori, ampliamento della richiesta anche a chi era irregolare prima del 31 ottobre 2019, semplificazione della procedura ed abbassamento dei costi della stessa; permesso di ricerca occupazione anche per i casi in cui il datore di lavoro non conclude la procedura con la firma del contratto di soggiorno.

Le stesse richieste sono state fatte dal mondo delle associazioni.

Prosciugare l’esercito degli irregolari serve a combattere il caporalato e lo sfruttamento, a renderci tutti più sicuri dalla pandemia e soprattutto ridare dignità e prospettiva di vita al popolo degli invisibili.


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