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Flop dei mini decreti flussi, mentre è in arrivo un altro per inizio 2016

by Redazione

di Giuseppe Casucci

Incontro tra la Direzione Immigrazione del Ministero del Lavoro ed i sindacati

I Ministeri del Lavoro e dell’Interno stanno lavorando alla preparazione di un decreto flussi che metterà insieme le quote destinate al lavoro stagionale (13 mila) con quelle per lavoratori non comunitari per lavoro non stagionale (17.850 ingressi per conversioni, studio, tirocinio, soggiornanti  di  lungo periodo di Paesi terzi provenienti da altro Stato  membro dell’Unione europea, ecc). Il dispositivo dovrebbe essere pronto entro il mese di gennaio 2016 in modo da dare a chi ne ha diritto un anno di tempo per l’utilizzo delle quote.

E’ questo uno dei punti trattati ieri in un incontro avuto dai responsabili degli uffici immigrazione di Cgil, Cisl e Uil e la Direzione per l’Immigrazione del Ministero del Lavoro, rappresentata dal dirigente Stefano Ricci. Per i sindacati hanno partecipato Kurosh Danesh (Cgil), Liliana Ocmin (Cisl) e Giuseppe Casucci Uil.

L’altro aspetto annunciato da Ricci è che si è deciso di tornare alla programmazione dei flussi migratori per lavoro, così come previsto dalla legge: in anticipo ed attraverso il confronto di tutte le parti interessate. Infatti, dopo anni di assenza verrebbe anche riconvocato un comitato di coordinamento tra ministeri (Interno, Lavoro, Esteri, ecc.) e di confronto con le parti sociali in tema di immigrazione.

Per ritornare al decreto flussi, va ricordato che l’ultimo che prevedeva grandi numeri di ingresso per lavoro subordinato non stagionale, con quote destinate anche ai Paesi con cui l’Italia aveva accordi bilaterali in materia di immigrazione, è del 2010. Da quell’anno in poi – anche a causa della crisi economica – si è proceduto a mini decreti come quello oggi in preparazione.

Va ricordato che per il 2015, il decreto flussi stagionali è del 2 aprile, mentre l’altro è del 23 dicembre 2014. Entrambi sono risultati sotto utilizzati, lasciando quote residue in abbondanza.

Il flop del decreto flussi stagionale

La debacle maggiore riguarda il decreto flussi stagionali che sembra davvero arrivato agli sgoccioli. Secondo dati forniti dallo stesso Ministero del Lavoro a fronte di 13 mila quote previste ad aprile, sono state presentate 29.642 domande. I parere positivi finora emessi dalle direzioni territoriali del lavoro sono 5.661, a cui sono seguiti circa 4.300 nulla osta rilasciati dagli sportelli unici per l’immigrazione. Per arrivare finora all’emissione di soli 2.050 contratti di soggiorno. Cioè la montagna di quasi 30 mila richieste ha prodotto il topolino di duemila contratti reali. Non una performance invidiabile.

Se poi si vanno a vedere i dati per città, abbiamo gli eccessi di Salerno (3.237 domande, pari a 1 contratto sottoscritto);  Foggia (1.360 domande, 1 contratto); Caserta (1.111 domande, 1 contratto). Ma anche Roma non brilla (1.987 domande, 5 contratti); Verona (1.911 domande, 36 contratti). La più virtuosa sarebbe Trento con 1.132 domande e 472 contratti sottoscritti). In coda la città di Napoli, con 2.093 domande e zero contratti sottoscritti.

Domande senza risposta

C’è da chiedersi molte cose e sono state chieste nel corso della riunione senza ricevere risposte chiare:

  1. Quali sono le cause che hanno prodotto un flop così plateale;
  2. Perché a distanza di più di sei mesi dal decreto flussi l’esame delle domande non sia ancora stato completato (ricordiamoci che parliamo di lavoro stagionale dove la rapidità sarebbe d’obbligo);
  3. Perché malgrado il fallimento di questo strumento – che produce scarsi risultati da diversi anni – si procede alla programmazione di un nuovo decreto flussi con lo stesso numero di quote per gli stagionali?

Alla prima domanda la risposta più probabile che oggi in Italia c’è un eccesso di offerta di manodopera composta da stranieri rimasti senza lavoro, richiedenti asilo e cittadini comunitari. E’ manodopera già presente in Italia e subito disponibile. Ci pensa poi il caporalato a gestire l’intermediazione del lavoro in settori come l’agricoltura, l’edilizia, ma anche il commercio ed i servizi alla persona. Malgrado una legge che sanziona il caporalato ed una direttiva europea che sanziona gli imprenditori che assumono stranieri irregolari, questo meccanismo si dimostra più efficiente (e spesso spietato) dei servizi pubblici per l’impiego e produce di conseguenza la rottamazione di strumenti ormai obsoleti come i decreti flussi che servono solo (vedi le 30 mila domande presentate) ad ingrassare il mercato dei permessi, non certo quello dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro.

La risposta alla seconda domanda riguarda la lentezza della burocrazia, insensibile alle leggi naturali che governano l’agricoltura.

Alla terza domanda non vi sembra essere risposta logica: perché rimettere in gioco altre 13 mila quote per il lavoro stagionale, quando ne sono rimaste 11 mila inutilizzate? Mistero.

Ripresa dell’occupazione etnica

L’altro fronte, quello del mercato del lavoro etnico, riserva sorprese più piacevoli. Sempre secondo dati del Welfare, tra il II semestre del 2014 e quello del 2015 c’è stato un aumento di 320 mila posti di lavoro per i cittadini extra UE , pari a +4,2% annuo.

Il fronte degli occupati vede una sostanziale immobilità per gli italiani, un aumento del 6,4% per i comunitari e del 4,5% per gli extra UE.

Anche i disoccupati stranieri (iscritti alle liste di collocamento 230 mila) sono calati di oltre il 5% nello stesso arco di tempo. L’INPS aggiunge che nel 2014 quasi 314 mila beneficiari stranieri hanno utilizzato strumenti di sostegno al reddito (CIGO, CIGS, indennità di mobilità e disoccupazione ordinaria).

Attualmente, su 22,2 milioni di occupati nel nostro Paese, quasi 20 milioni sono italiani; 746 mila sono cittadini UE e 1.548 mila sono lavoratori provenienti da Paesi Terzi. I dati sono del 2014.

Un quadro dunque interessante di fermento occupazionale che attualmente sembra beneficiare soprattutto gli stranieri, in quanto riguarda quei settori che erano stati più colpiti dalla crisi e che oggi vedono una sia pur debole ripresa. E poi non dimentichiamo che, secondo dati Istat, gli stranieri guadagnano circa un terzo in meno degli italiani, per lo stesso lavoro svolto.

Ultimo dato riguarda i cittadini non comunitari entrati in Italia nel 2014 (mentre 155 mila giovani italiani lasciavano il Paese). Si tratta di 255.646 nuovi ingressi (Fonte Istat): il 33,1% per motivi di lavoro; 41,2 % per motivi di famiglia; 10,7% per studio; 7,5% per motivi umanitari.

Un quadro che dice come la crisi sia ancora lontana dall’essere superata, anche se timidi segnali di ripresa non mancano.


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