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Il lavoro etnico che sfida la crisi

by Redazione

Semina 2

di Giuseppe Casucci

Negli ultimi cinque anni, mentre gli italiani perdevano 600 mila posti di lavoro, l’occupazione straniera cresceva di settecentomila unità. Ma non si è trattato di un’occupazione sostitutiva, bensì complementare. Nel 2014, mentre chiudevano 48 mila imprese italiane, quelle gestite da stranieri sono cresciute di 28mila unità (+5,6%) toccando quota 524.674 aziende “etniche”, l’8,7% del totale. E’ quanto si legge nel Rapporto “Immigrazione e Imprenditoria 2015” (scarica sintesi: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2015_Rapporto%20Imprenditoria_Scheda.pdf) redatto dal Centro studi e ricerche dell’Idos, in collaborazione con CNA e Moneygram.

Aziende spesso individuali (83,3%) che lavorano soprattutto nei settori del Commercio (35,8%), l’Edilizia (24,3%). Seguono la manifattura (8%), attività di alloggio e ristorazione (7,4%) e servizi alle imprese 5,1%). La metà è concentrata nel settentrione (19% solo in Lombardia), segue il Centro (26,7%) ed il Meridione (22,3%). Si conferma, quindi, la crescente rilevanza del contributo dei migranti al sistema d’impresa nazionale, la loro spiccata dinamicità ed il ruolo strutturale che stanno assumendo all’interno del tessuto economico e produttivo del Paese. I dati disponibili ci dicono che oggi le imprese a guida immigrata creano il 6,5% del valore aggiunto nazionale (oltre 94 miliardi di euro). Gli immigrati nel complesso apportano quasi 130 miliardi di euro in PIL. Considerato che pagano le tasse per 13 miliardi di Irpef e ricevono servizi pubblici per soli 10, non si può negare che per l’Italia l’immigrazione sia un guadagno netto anche economico, senza contare l’arricchimento umano e culturale che viene dalla “diversità” proveniente da circa 200 paesi diversi. Ce lo dovremmo ricordare quando tutti i giorni sentiamo parlare solo di emergenza profughi.


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