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Non è più il momento di stare fermi

da Addis Abeba, nel cuore di una guerra di cui si parla poco, riceviamo un contributo da un amico di Nell Riccardo Netti. Lo pubblichiamo volentieri, come un caldo invito a riflettere e a non sentirsi lontani dal travaglio di chi soffre

Si è proprio così, non è più il momento di aspettare. A cosa mi riferisco? A tutte le guerre dimenticate ma attuali, ad ogni guerra.
Leggevo su una nota testata giornalistica riguardo un giocatore di calcio di serie A della Roma. Il suo commento si riferiva al giorno del ricordo del genocidio armeno tra 1915 e il 1916, (iniziato nella notte tra il 23 e l 24 aprile del 1915, Il massacro di un milione e mezzo di armeni da parte dell’impero ottomano la strage non è ancora riconosciuta da tutti i paesi del mondo come genocidio).
Sono passati più di 100 anni e la storia ancora non ci ha insegnato che le stragi di tutti i conflitti vanno condannate e purtroppo riconosciute. Si dite pure che sono “troppo” sensibile perché sto vivendo sulla mia pelle l’attuale guerra civile in Etiopia nel Tigray. Ma non è così.
Per dire queste cose abbiamo bisogno di personaggi noti? Di cantanti o sportivi famosi? Di un presidente di una grande nazione, per attirare la nostra attenzione ed interessarci al “tema” delle guerre? Ogni conflitto ci coinvolge anche se non ce ne accorgiamo. O – meglio – ci dovrebbe coinvolgere.
Basta leggere un giornale nei fatti di cronaca di tutti i giorni, per vedere che la guerra non è poi così lontana da noi.

Che differenza c’è tra un militare etiope che stupra una bambina di 13 anni davanti al padre e uno stupro di gruppo che spesso avviene nelle nostre città? O qualcuno che parcheggia male la propria auto e viene accoltellato a morte. Sono purtroppo esempi noti: eppure non è lo stesso risultato di una guerra, forse?
Non possiamo pensare che la guerra in Tigray o in Nagorno Karabakh, ad esempio, siano lontane da noi. È chiaro che da casa possiamo far poco per risolvere il problema di un conflitto armato. Ma questo non significa che dobbiamo rimanere in silenzio o insensibili. Perché non fare uno sforzo serio per diventare “cittadini del mondo”?
Purtroppo anche in fatto di guerre, possiamo constatare che esistono guerre di serie A e guerre di “serie minori”. Reale e inaccettabile. Per carità: nessuno pensi o si offenda se la mia riflessione darà adito a riferimenti particolari…
Per me, e non solo per me, credo, tutte le guerre sono uguali nei risultati; ugualmente vanno condannate prendendo l’unico aspetto utile che può derivare da esse: l’approfondimento e la conoscenza storica per tutti.

Sì, per tutti, soprattutto per le scuole, perché i ragazzi di oggi di tutto il mondo, abbiano i modi e i mezzi per costruire un futuro più giusto e magari senza guerre. Un futuro fatto della consapevolezza di cosa è una guerra e perché ci si arriva.
Che cresca la cultura internazionale della Pace, dei valori della democrazia, del sano dialogo politico che mai dovrebbe interrompersi.

Chi ha un qualche ruolo autorevole ne parli nel luogo giusto e nel momento giusto. Chi di noi è genitore o educatore, provi a collaborare con le scuole, con i centri culturali, le associazioni: da cosa nasce cosa.
Educazione civica nelle scuole? Certo! Io proporrei una materia in più in tutte le scuole: “Educazione alla Pace”! Senza test, esami e valutazioni.

Ormai abbiamo capito che la “guerra di casa nostra” è fatta di bullismo, discriminazione, prepotenza, cattiva educazione, violenza sessuale, teppismo e mancanza di valori, quei valori che anche una famiglia può e dovrebbe dare.

Mah … Ma allora siamo in guerra? Ci si potrebbe chiedere. Cosa si può dire…
Io penso che ognuno di noi ha ricevuto il più grande dono che esista: la vita ed abbiamo il giusto diritto di viverla come vogliamo e nel miglior modo possibile pensando a noi, ai figli e ai figli dei nostri figli.
Poi esistono i problemi, che spesso ci vedono umanamente “chiusi” nel tentativo di risolverli per andare avanti.

Risulta difficile, allora, dedicarci con attenzione alle difficoltà degli “altri”.
Questo comprensibile tipo di “indifferenza”, è però l’inizio di percorsi che ci allontanano da altre realtà.
Quando ti ritrovi a condividere le situazioni drammatiche di una guerra, ti rendi conto che i tuoi problemi, pur grandi che siano, non dico che spariscano, ma si possono vedere con un’altra ottica. Quando ti trovi in un luogo di guerra uscendone vivo, conosci le sofferenze quotidiane di un popolo inerme, vedi che la vita delle città, dei villaggi è solo fredda sopravvivenza, che la solitudine delle famiglie è una realtà infinita, nasce in te una rabbia forte, che ti spinge a partecipare, a sperare, a non dimenticare.

Non ho certezze per concludere questo articolo: ma invito alla disponibilità a riflettere, magari commentando questi miei pensieri in libertà. Cercando di fare comunità. Nel desiderio che nessuno resti indifferente alle guerre. A ogni guerra!

Riccardo Netti

Foto di Annette Jones da Pixabay


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