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Per chi piangere?

Il conflitto interno in Etiopia non è più una novità. Molto si è scritto e le informazioni cominciano ad arrivare a tutti. Oggi forse sono inutili commenti e pensieri rivolti a questa guerra che molti vorrebbero fosse solo il passato. Nascono, però, dei pensieri affinché questo tremendo evento possa servire ad ognuno di noi per fare un passo verso la partecipazione, all’impegno civico che sarebbe quanto meno doveroso.

Riccardo Netti, Addis Abeba 26/06/2021

Il pianto è una condizione che esprime diversi sentimenti, diverse emozioni.
Spesso nasconde agli occhi degli altri ciò che veramente è dentro di noi; esprime le cose migliori che provengono dalle nostre coscienze, esprime le verità che in determinate circostanze appaiono chiare e inconfondibili.
Non penso sia segno di debolezza piangere, piuttosto è una giusta liberazione che ci aiuta ad andare avanti comunque nonostante la difficoltà, nonostante la situazione. Quindi si arriva al pianto quando si interiorizza una circostanza fino al punto che si mette a fuoco il senso di una difficoltà, di un ostacolo.
Capita di piangere di fronte ad immagini, video, racconti; ma questo tipo di pianto personalmente lo reputo di circostanza, insomma non serve a niente, nemmeno a sé stessi. Forse così avviene perché si mettono in moto dei ricordi. Oppure per commiserazione.
Le immagini, o le notizie che provengono da una zona di guerra sono di facile provocazione al pianto; ma dobbiamo pensare che sono lacrime inutili che forse non portano a niente, neanche un grammo di positività alle nostre coscienze. In realtà di fronte a foto o video di un conflitto, la prime reazioni sono di sgomento, o incredulità, non di accettazione; poi subentra una strana rabbia alimentata dal fatto che violenze di genere non hanno mai fine, neanche con gli interventi diplomatici di grandi potenze mondiali o autorità internazionali. Terribile!

Comprendere fino in fondo una situazione di guerra non è facile. Forse siamo abituati ad assistere a certi fatti come curiosità del momento, attratti dalle immagini e dai commenti che i mezzi televisivi propongono.
Però, ad esempio, quante persone hanno assistito agli eventi di un forte terremoto lontano dalla propria zona, e quante di queste persone alla fine si sono trovate inaspettatamente dentro agli effetti di un cataclisma. Insomma, la dura legge che fino a quando le “cose” non ti toccano è sempre valida e purtroppo l’unica a sensibilizzare animi e coscienze.

Per chi piangere allora? Io proporrei di piangere per tutte quelle persone che alla fine pensano che è inutile darsi da fare per sensibilizzare gli altri e magari le istituzioni per una causa importante.
Certo, nessuno di noi, probabilmente, può fare qualcosa di concreto per far terminare le violenze di un conflitto armato, ma il punto è: basta questa considerazione per sentirci fuori causa e senza incombenze?
È chiaro, concretamente nessuno ha la bacchetta magica che “mette dei fiori dentro ai cannoni”.
Per chi piangere, allora? Serve una risposta, per non far scivolare dalla nostra mente quello che ascoltiamo, che apprendiamo.

Quindi piangiamo per quelli che aiutano a non piangere direi, per quelle persone che aiutano a far prendere coscienza di fatti vicini e lontani; per quelle persone che sono il tramite dell’insegnamento e della sana propaganda di valori e di principi che indirizzano alla conoscenza, alla comprensione, al dialogo, ad un giusto interessamento, alla vera democrazia, all’accettazione dell’altro.
Ritengo sia fondamentale questa risposta; qualcosa bisogna pur fare, almeno per onorare vittime civili incolpevoli ed inermi di fronte a tante violenze.

Facciamo crescere il numero di queste persone, proviamo ad uscire dal nostro guscio, dalle nostre abitudini quotidiane: il mondo ha bisogno di noi.
Vorrei ricordare un motto molto caro al mondo degli Scout che più o meno dice così: “cerchiamo di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo abbiamo trovato”. Lo trovo molto bello, pieno di positività, quella positività che aiuta a non arrendersi, a non sentirsi stanchi o pessimisti.
Il “mondo”, ovviamente, è quello che ci sta più vicino, il mondo della nostra famiglia, del nostro condominio, delle nostre scuole, del nostro posto di lavoro, delle amicizie e chi più ne ha più ne metta.

In questo “mondo” possiamo risultare forti, importanti, essere persone che contano l’uno per l’altro.
Possiamo essere di riferimento, fare cultura, palestra di valori, scambio costruttivo di idee e se nel nostro piccolo qualche risultato raggiungeremo per limitare gli effetti delle “nostre guerre” cittadine, allora sarà bello piangere.

Abbiamo il diritto e il dovere di non accettare che le cose vadano sempre in un certo verso!


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