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Parigi e noi

by Redazione

Ci sono decine, forse centinaia, di romanzi, film, serie televisive, persino fumetti per bambini, che hanno come tema centrale la condanna a rivivere sempre lo stesso giorno. Il protagonista condannato a permanere nella stessa storia, la stessa narrazione, la stessa emozione in eterno, dovendo e potendo solo viverla e riviverla, senza cambiarla in nulla, senza mai poterla spegnere. Sia esso l’incidente che gli ha portato via i genitori quando era piccolo o il giorno in cui il ladro entratogli in casa gli ha ucciso la moglie, oppure il pestaggio subito in strada da suo figlio di 15 anni mentre lui era tenuto bloccato da due energumeni. Sia, nel mio caso, il giorno dopo un attentato.

Questo quando la fotografia è brutta, ma persino le scene più belle, gli squarci più luminosi, ripetuti all’infinito, fanno impazzire.

Io, come credo molti altri, ogni volta che succede un attentato terroristico in America, o a Parigi, o in Russia, o in Svezia e si tratta di un attentato o di un atto terroristico a sfondo religioso, rivivo l’eterno ripetersi della stessa scena: le stesse parole, lo stesso terrore di molti che si fa razzismo, il razzismo che perde ogni ritegno e diventa odio, l’odio che da rigagnolo fetente prende a circolare a torrenti e diventa fiume che corre, pazzo e irrefrenabile, verso il mare.

E io, nel mio eterno incubo, che dico ad un gruppo di adolescenti di tutte le razze e che non conosco, che del terrorismo non si può non avere paura, non si possono non capire quelli che vengono assaliti dalla paura di cui l’odio razziale è il figlio primogenito, a dirgli che un conto è parlare di attentati e un conto avere un amico, un fratello, un padre, esploso in aria insieme ad uno psicopatico demente a cui hanno incenerito il cervello.

Io là, con quei ragazzi che mi guardano attoniti e sgomenti, che paiono non capire le mie parole, a ripetere sempre con le stesse frasi, le stesse incrinature di voce, la stessa paura di non saper convincere che la guerra in corso, perché di guerra si tratta, non è tra cristiani e musulmani, tra ebrei e musulmani, tra musulmani e il resto del mondo, ma è la guerra tra la gente normale e il cancro terroristico, chiunque lo impersoni e a qualunque fede dica di ispirarsi.

Io lì, nella scena che si ripete all’infinito, a spiegare a quegli stessi ragazzi che ciò che i terroristi vogliono è proprio che noi si metta tutti nel mucchio, dichiarando guerra ad oltre un miliardo e mezzo di musulmani, compresi quelli che ci abitano sotto, sopra, che ci aiutano nelle pulizie, che insegnano ad Harvard o a Yale. I terroristi vogliono precisamente quello che dice qualsiasi idiota appena scoppia la bomba: “fuori dalle palle queste teste fasciate”.

E’ una fatica orrenda, che si ripete all’infinito, facendomi eternamente ricominciare. Non mi consola neanche pensare agli sforzi di Luther King o di Malcom X, perché loro almeno hanno vissuto una volta sola, a me tocca sempre ricominciare con la stessa litania. Forse per l’eternità. Ricominciare a spiegare il giusto contro l’errore, il senso contro il non senso e avere sempre la sensazione di svuotare il mare con il cucchiaio.

Ma troveremo la forza di convivere con questa storia che si ripete, spiegheremo, diremo, ragioneremo e cercheremo di far ragionare. Siamo stanchi ma non battuti e sappiamo che se il mondo non salta in aria è grazie a quelli come noi. E allora forza, facciamoli stancare di sentirci ripetere che ce la faremo.

Fabrizio Molina


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