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2020, un anno di inattesa discontinuità. Léggere le migrazioni alla luce del Coronavirus

Il contributo della Fondazione Ismu, sugli effetti, anche sociali e culturali, della pandemia. Testo di Vincenzo Cesareo, Fondazione Ismu.

Dall’ Introduzione al XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020

All’inizio del 2020 l’improvviso, inaspettato scatenarsi e il rapido diffondersi del Coronavirus ha inciso significativamente a livello individuale e collettivo su larga parte della popolazione del nostro pianeta, seminando morte, dolore, paura, insicurezza, nonché impotenza per non riuscire a combattere questo terribile e finora sconosciuto virus. Milioni di persone sono state costrette a cambiare repentinamente il loro abituale e consolidato modo di vivere, mentre si pongono preoccupanti interrogativi su un futuro che appare sempre più incerto. La sorpresa è stata dunque notevole anche perché le attese nei confronti di eventuali crisi riguardavano piuttosto l’economia, la finanza, ma non certo un virus sconosciuto che in breve ha sconvolto il mondo. Gli effetti della pandemia si sono subito registrati anche sotto il profilo della mobilità umana e quindi sulle stesse dinamiche migratorie: basti pensare alla drastica riduzione della fruizione dei mezzi di trasporto (di terra, mare e cielo), alla chiusura di numerose frontiere che hanno di fatto bloccato, ad esempio, i ricongiungimenti familiari, che costituiscono ormai il principale flusso migrato rio regolare, in Europa come negli Stati Uniti. La storia insegna che la mobilità umana ha costituito spesso un fattore rilevante nella diffusione di epidemie, le quali, a loro volta, possono contribuire a produrre effetti sotto il profilo demografico, sociale, politico e culturale, accentuando delle criticità già presenti in una società. Ciò è peraltro riscontrabile anche nel caso delle catastrofi di altra natura: basti pensare al terremoto che nel 1775 ha devastato Lisbona, provocando la morte di metà della sua popolazione, nonché un profondo dramma collettivo che ha messo in crisi le visioni del mondo fino ad allora unanimemente condivise. Anche in base a questi precedenti, si è diffuso il convincimento che – dopo questa guerra mondiale combattuta contro un nemico sconosciuto e invisibile – “nulla sarà come prima” e quindi le nostre società dovranno cambiare da molti punti di vista. In particolare, è auspicabile che l’angosciosa esperienza del COVID-19 faccia maturare e diffondere il convincimento che apparteniamo tutti a una medesima umanità, che siamo tutti potenzialmente a rischio di contagio, che il benessere di ciascuno è sempre più connesso con quello degli altri, vicini e lontani, che – per riprendere l’efficace espressione di Papa Francesco – siamo tutti “sulla stessa barca” e dobbiamo remare tutti assieme. In altre parole, dall’esperienza diretta o indiretta del Coronavirus dovremmo riuscire a diventare più generosi e, per rimanere allo specifico ambito di attenzione della nostra Associazione, diventare più umani anche con gli immigrati, offrendo a loro la nostra umanità e ricevendo da loro la propria umanità.

I segni della pandemia

Il tempo della pandemia è segnato dalla dolorosa esperienza della perdita di persone care, dalle malattie, dall’obbligo dell’isolamento, dal dover sospendere relazioni interpersonali dirette affettive e amicali, dal non potere godere della natura. Questa forzata latenza ci può portare a riscoprire il valore delle relazioni umane dirette (face to face) e dello stare insieme con gli altri, a riconoscere l’importanza della comunità, contraddistinta da relazioni calde, anziché la primazia della società, in cui prevalgono le relazioni fredde. Tutto ciò potrebbe forse indurre a ripensare il nostro modo di vivere pre-virus. In particolare, va rimesso in questione quell’iper-individualismo tanto diffuso ai nostri giorni e che costituisce uno dei tratti distintivi, se non addirittura il principale, del narcisista, tutto centrato egoisticamente su se stesso, per il quale gli altri diventano rilevanti esclusivamente nella misura in cui servono e sino a quando servono, cioè in termini meramente strumentali, in base al principio “usa e getta”.

I tratti distintivi della crisi

È dunque possibile prevedere che, almeno in una qualche misura, questa drammatica pandemia possa arrivare a mettere in crisi la persona con questi tratti distintivi, la sua chiusura egoistica autoreferenziale, la sua illusionistica onnipotenza, svelandone invece l’intrinseca fragilità. Se la dura esperienza del Coronavirus potrà servire a riflettere sulla nostra esistenza e a riorientarla nell’ottica di una “umanità ritrovata”, potranno riacquisire importanza i valori della solidarietà umana e della responsabilità a livello individuale e collettivo, valori che rimandano al più generale e universale principio della fratellanza umana, riproposto per l’appunto dalla pandemia. Se questo orientamento venisse condiviso in misura rilevante, c’è ragione di ritenere che anche la questione migratoria potrebbe essere affrontata con sano realismo alla luce di tale principio, cioè in termini più umani. In questo primo scenario appena delineato e considerato auspicabile, dopo il tempo traumatico della pandemia, potrebbe quindi seguire il tempo della rinascita all’insegna dell’“umanità ritrovata”, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini di valorizzazione delle persone, di ogni persona indipendentemente dalla cultura, dall’etnicità, dalla posizione sociale, dall’essere nativo, immigrato o profugo, poiché tutti siamo sulla stessa barca, che è il nostro mondo. A tale quadro non si può non affiancarne un altro, nel quale il cambiamento provocato dal virus consisterebbe non nell’apertura umanitaria, ma nella chiusura a riccio richiesta e pretesa da parte di quei numerosi movimenti sovranisti presenti in Europa, ma anche negli altri continenti, che vedono nella pandemia un’occasione per esigere la chiusura del proprio paese, per trovare un capro espiatorio di turno al di fuori (lo straniero) e/o anche all’interno (l’immigrato). In questo secondo scenario si palesa quindi il rischio che, come reazione al Coronavirus, si diffonda un altro tipo di virus, quello dell’egoismo, sia a livello individuale sia a livello collettivo. La strategia diventa allora quella di attizzare il fuoco tramite la diffusione di allarmi terrorizzanti, alimentando il più possibile la paura tra la gente, pretendendo di sigillare le frontiere come se il virus si potesse arrestare con questo provvedimento, ponendo come obiettivo il ritorno alle piccole patrie, concepite quali isole felici, aizzando la collera contro la “perfida Europa” accusata di non aiutare adeguatamente i paesi bisognosi, i quali però a volte rifiutano di essere aiutati. Al posto della “umanità ritrovata” riemerge e si consolida invece la chiusura egoistica, con la quale, prendendo a pretesto il virus, si penalizzano gli immigrati e si rifiutano i richiedenti asilo, per non parlare dell’introduzione di norme antidemocratiche messe in atto da governi ostili alla liberaldemocrazia.

Superata la crisi, quale futuro?

Oltre a questi due opposti scenari, ne va aggiunto un terzo, anch’esso di indubbio rilievo: quello in cui si prevede che, trascorso il periodo del virus, tutto cambi nel senso che nulla cambi. Una volta superata la paura e la crisi, l’impegno si concentra nel cercare a tutti i costi di ritornare alla vita di prima sforzandosi di dimenticare il Coronavirus, ritenuto un mero incidente di percorso, cioè una brutta parentesi della vita da dimenticare quanto più e quanto prima possibile. Una frangia estrema di questa categoria di persone arriva addirittura a negare la stessa esistenza di una drammatica pandemia, sostenendo che questa sia stata inventata o quantomeno enfatizzata per losche strumentalizzazioni politiche. Solamente col trascorrere del tempo si potrà cogliere quale sarà il reale impatto del COVID-19 sulla nostra vita e anche su quella degli immigrati. Per ora si può soltanto auspicare che le persone che hanno “ritrovato l’umanità” diventino più disponibili ad avere atteggiamenti e assumere comportamenti più responsabili e solidali nei confronti dei propri simili, immigrati compresi. Per coloro che invece in modo esplicito o implicito assumeranno la pandemia quale evento che conferma la loro opzione sovranista, c’è ragione di ritenere che si accentuerà la loro ostilità nei confronti degli immigrati, se non addirittura il rifiuto di essi. Infine, le persone che intendono dimenticare o cancellare la tragedia del COVID-19 faranno di tutto per riprendere la propria vita con le stesse modalità pre-virus, andando però incontro a non pochi problemi perché qualcosa sarà comunque mutato. In particolare, questa categoria di persone difficilmente modificherà gli atteggiamenti messi in atto in precedenza nei confronti degli immigrati. L’auspicio è che siano numerose le persone e le classi dirigenti del nostro pianeta a essere contagiati dal “virus positivo dell’umanità ritrovata”, ma per favorire questa prospettiva è essenziale un forte e diffuso impegno anche di natura culturale. Dopo aver delineato tre ipotetici scenari post-virus che interessano anche gli immigrati, è doveroso mettere in evidenza due fatti che riguardano direttamente questi ultimi in relazione alla pandemia. Il primo, verificatosi all’inizio dell’esplosione del COVID-19, è consistito nella ricerca di possibili colpevoli di questa tragedia attribuendo, non solo ai cinesi ma a tutti gli immigrati, la responsabilità della stessa. Questo tentativo, peraltro maldestro, di ricorrere al capro espiatorio è stato subito stroncato in quanto gli eventi hanno messo presto in evidenza l’insostenibilità di tale attribuzione di colpa, che avrebbe potuto provocare una pericolosa “caccia all’untore” di manzoniana memoria. Allo stesso tempo, occorre tenere presente che tale “ricerca del colpevole” possa essere stata facilitata dalla condizione di generale “spaesamento” causato dalla pandemia, la quale ha creato non solo allarme, ma anche panico tra la popolazione. Tale spaesamento è stato anche indotto dalla confusione iniziale delle informazioni riguardanti la gestione dell’emergenza sanitaria e i comportamenti corretti da tenere. Alla luce di ciò, ci si è chiesti se sia stata garantita la salute degli immigrati (soprattutto presenti in modo irregolare sul territorio nazionale) e se questi ultimi abbiano rappresentato o meno un problema di salute per se stessi e per l’intera collettività. Ma, proprio con riferimento a ciò, richiamiamo il secondo fatto, verificatosi nel corso della pandemia, che riguarda il numero di immigrati colpiti dal virus: essi risultano contagiati nelle stesse proporzioni in cui lo sono gli italiani autoctoni, seppur con differenze legate ai gruppi nazionali – cfr. capitolo 9 in questo Rapporto ISMU. Sebbene, come appena evidenziato, rispetto all’intera popolazione italiana gli immigrati non siano stati colpiti in misura proporzionalmente superiore, è del tutto evidente che il COVID-19 abbia provocato, o meglio, accentuato tra costoro non pochi problemi e difficoltà per quanto riguarda non solo la salute, ma anche l’attività lavorativa (cfr. capi tolo 7 in questo Rapporto); la richiesta di asilo (cfr. capitolo 2 in questo Rapporto); l’insegnamento a distanza, con l’indispensabile utilizzo del computer, di cui spesso gli allievi immigrati non hanno disponibilità (cfr. capitolo 8 in questo Rapporto); il sovraffollamento abitativo e la condizione di irregolarità; i flussi delle rimesse finanziarie inviate nei paesi di origine (cfr. capitolo 2 e capitolo 13 in questo Rapporto).

Le conseguenze sui flussi globali di sostegno

A quest’ultimo riguardo va messo in evidenza il grave effetto provocato dalla pandemia a livello globale: la significativa riduzione dell’invio di denaro alle proprie famiglie da parte degli immigrati a seguito della perdita o della riduzione del loro lavoro e quindi del loro guadagno, previsto ad esempio dalla Banca Mondiale, dalla rete European Migration Network e dall’OECD (World Bank, 2020; EMN-OECD, 2020; cfr. anche capitolo 2 in questo Rapporto). Per ciò che concerne il nostro paese, in base ai dati della Banca d’Italia relativi al primo semestre 2020, si è però riscontrata una tendenza contraria: la pandemia, infatti, sembra non aver inciso in questa prima parte dell’anno sull’andamento delle rimesse, che sono addirittura aumentate. In base a elaborazioni ISMU di tali dati, le rimesse inviate tra il 1° gennaio 2020 e il 30 giugno 2020 ammontavano a 3 miliardi 331 milioni di euro, contro i 2 miliardi 844 milioni del primo semestre del 2019 e i 2 miliardi 722 milioni dello stesso periodo del 2018. Secondo il centro studi CeSPI (2020), una possibile ragione di tale aumento consisterebbe nell’emersione di molti flussi di denaro che, altrimenti, verrebbero trasferiti informalmente attraverso sistemi legati al movimento di persone e di merci tra paesi confinanti o comunque vicini; l’interruzione di questi spostamenti dovuta alla pandemia ha reso necessario ricorrere in misura maggiore ai servizi di money transfer. Allo stesso tempo, gli immigrati potrebbero aver attinto dai propri risparmi per non dover sospendere l’invio di denaro anche durante il periodo di emergenza. In ogni caso, come ribadito, si tratta di dati che riguardano solo la prima parte dell’anno, ed è assai probabile che solo nel corso del 2021 sarà possibile registrare gli effetti negativi dell’emergenza sanitaria e del conseguente arresto delle attività produttive sulla capacità dei migranti di produrre rimesse. L’impatto della crisi economica sulla popolazione straniera, infatti, è da valutarsi alla luce del quadro più ampio di impoverimento materiale della società italiana, dovuto alle nefaste conseguenze della pandemia. In base a elaborazioni di Istat e del Ministero del Lavoro (Istat et al., 2020), nel corso del secondo trimestre del 2020 (quello immediatamente successivo alla prima ondata della pandemia) si è registrato un forte calo del numero di occupati sia in termini tendenziali (-3,6%, -841mila), sia in termini congiunturali (-2,0%, -470 mila). Inoltre, secondo un’indagine della Banca d’Italia (Neri, Zanichelli, 2020), oltre la metà della popolazione italiana dichiarava a giugno 2020 di aver subito una contrazione del reddito famigliare in seguito alle misure adottate per il contenimento dell’epidemia. Con specifico riferimento alle famiglie in povertà, per il 2019 l’Istat ha stimato che quelle composte da soli stranieri con minori fossero cinque volte superiori alle famiglie di soli italiani; inoltre, sempre nel 2019, erano quasi 1 milione e 400mila gli individui stranieri in condizioni di povertà assoluta, pari al 26,9% dell’intera popolazione straniera (Istat, 2020). Tenendo conto che il 5,9% del totale degli italiani si trova nelle medesime condizioni (Ibid.), possiamo constatare come la stagnazione economica della fase pre-COVID-19, in un primo tempo, insieme alla crisi economica indotta dall’emergenza sanitaria, in un secondo tempo, colpiscano più duramente, in proporzione, la popolazione straniera.

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

2020, un anno di inattesa discontinuità. Leggere le migrazioni alla luce del Coronavirus

Il contributo della Fondazione Ismu agli effetti anche culturali della pandemia sull’individualità delle persone, di Vincenzo Cesareo, Fondazione Ismu

Dall’ Introduzione al XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020

All’inizio del 2020 l’improvviso, inaspettato scatenarsi e il rapido diffondersi del Coronavirus ha inciso significativamente a livello individuale e collettivo su larga parte della popolazione del nostro pianeta, seminando morte, dolore, paura, insicurezza, nonché impotenza per non riuscire a combattere questo terribile e finora sconosciuto virus. Milioni di persone sono state costrette a cambiare repentinamente il loro abituale e consolidato modo di vivere, mentre si pongono preoccupanti interrogativi su un futuro che appare sempre più incerto. La sorpresa è stata dunque notevole anche perché le attese nei confronti di eventuali crisi riguardavano piuttosto l’economia, la finanza, ma non certo un virus sconosciuto che in breve ha sconvolto il mondo. Gli effetti della pandemia si sono subito registrati anche sotto il profilo della mobilità umana e quindi sulle stesse dinamiche migratorie: basti pensare alla drastica riduzione della fruizione dei mezzi di trasporto (di terra, mare e cielo), alla chiusura di numerose frontiere che hanno di fatto bloccato, ad esempio, i ricongiungimenti familiari, che costituiscono ormai il principale flusso migrato rio regolare, in Europa come negli Stati Uniti. La storia insegna che la mobilità umana ha costituito spesso un fattore rilevante nella diffusione di epidemie, le quali, a loro volta, possono contribuire a produrre effetti sotto il profilo demografico, sociale, politico e culturale, accentuando delle criticità già presenti in una società. Ciò è peraltro riscontrabile anche nel caso delle catastrofi di altra natura: basti pensare al terremoto che nel 1775 ha devastato Lisbona, provocando la morte di metà della sua popolazione, nonché un profondo dramma collettivo che ha messo in crisi le visioni del mondo fino ad allora unanimemente condivise. Anche in base a questi precedenti, si è diffuso il convincimento che – dopo questa guerra mondiale combattuta contro un nemico sconosciuto e invisibile – “nulla sarà come prima” e quindi le nostre società dovranno cambiare da molti punti di vista. In particolare, è auspicabile che l’angosciosa esperienza del COVID-19 faccia maturare e diffondere il convincimento che apparteniamo tutti a una medesima umanità, che siamo tutti potenzialmente a rischio di contagio, che il benessere di ciascuno è sempre più connesso con quello degli altri, vicini e lontani, che – per riprendere l’efficace espressione di Papa Francesco – siamo tutti “sulla stessa barca” e dobbiamo remare tutti assieme. In altre parole, dall’esperienza diretta o indiretta del Coronavirus dovremmo riuscire a diventare più generosi e, per rimanere allo specifico ambito di attenzione della nostra Associazione, diventare più umani anche con gli immigrati, offrendo a loro la nostra umanità e ricevendo da loro la propria umanità.

I segni della pandemia

Il tempo della pandemia è segnato dalla dolorosa esperienza della perdita di persone care, dalle malattie, dall’obbligo dell’isolamento, dal dover sospendere relazioni interpersonali dirette affettive e amicali, dal non potere godere della natura. Questa forzata latenza ci può portare a riscoprire il valore delle relazioni umane dirette (face to face) e dello stare insieme con gli altri, a riconoscere l’importanza della comunità, contraddistinta da relazioni calde, anziché la primazia della società, in cui prevalgono le relazioni fredde. Tutto ciò potrebbe forse indurre a ripensare il nostro modo di vivere pre-virus. In particolare, va rimesso in questione quell’iper-individualismo tanto diffuso ai nostri giorni e che costituisce uno dei tratti distintivi, se non addirittura il principale, del narcisista, tutto centrato egoisticamente su se stesso, per il quale gli altri diventano rilevanti esclusivamente nella misura in cui servono e sino a quando servono, cioè in termini meramente strumentali, in base al principio “usa e getta”.

I tratti distintivi della crisi

È dunque possibile prevedere che, almeno in una qualche misura, questa drammatica pandemia possa arrivare a mettere in crisi la persona con questi tratti distintivi, la sua chiusura egoistica autoreferenziale, la sua illusionistica onnipotenza, svelandone invece l’intrinseca fragilità. Se la dura esperienza del Coronavirus potrà servire a riflettere sulla nostra esistenza e a riorientarla nell’ottica di una “umanità ritrovata”, potranno riacquisire importanza i valori della solidarietà umana e della responsabilità a livello individuale e collettivo, valori che rimandano al più generale e universale principio della fratellanza umana, riproposto per l’appunto dalla pandemia. Se questo orientamento venisse condiviso in misura rilevante, c’è ragione di ritenere che anche la questione migratoria potrebbe essere affrontata con sano realismo alla luce di tale principio, cioè in termini più umani. In questo primo scenario appena delineato e considerato auspicabile, dopo il tempo traumatico della pandemia, potrebbe quindi seguire il tempo della rinascita all’insegna dell’“umanità ritrovata”, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini di valorizzazione delle persone, di ogni persona indipendentemente dalla cultura, dall’etnicità, dalla posizione sociale, dall’essere nativo, immigrato o profugo, poiché tutti siamo sulla stessa barca, che è il nostro mondo. A tale quadro non si può non affiancarne un altro, nel quale il cambiamento provocato dal virus consisterebbe non nell’apertura umanitaria, ma nella chiusura a riccio richiesta e pretesa da parte di quei numerosi movimenti sovranisti presenti in Europa, ma anche negli altri continenti, che vedono nella pandemia un’occasione per esigere la chiusura del proprio paese, per trovare un capro espiatorio di turno al di fuori (lo straniero) e/o anche all’interno (l’immigrato). In questo secondo scenario si palesa quindi il rischio che, come reazione al Coronavirus, si diffonda un altro tipo di virus, quello dell’egoismo, sia a livello individuale sia a livello collettivo. La strategia diventa allora quella di attizzare il fuoco tramite la diffusione di allarmi terrorizzanti, alimentando il più possibile la paura tra la gente, pretendendo di sigillare le frontiere come se il virus si potesse arrestare con questo provvedimento, ponendo come obiettivo il ritorno alle piccole patrie, concepite quali isole felici, aizzando la collera contro la “perfida Europa” accusata di non aiutare adeguatamente i paesi bisognosi, i quali però a volte rifiutano di essere aiutati. Al posto della “umanità ritrovata” riemerge e si consolida invece la chiusura egoistica, con la quale, prendendo a pretesto il virus, si penalizzano gli immigrati e si rifiutano i richiedenti asilo, per non parlare dell’introduzione di norme antidemocratiche messe in atto da governi ostili alla liberaldemocrazia.

Superata la crisi, quale futuro?

Oltre a questi due opposti scenari, ne va aggiunto un terzo, anch’esso di indubbio rilievo: quello in cui si prevede che, trascorso il periodo del virus, tutto cambi nel senso che nulla cambi. Una volta superata la paura e la crisi, l’impegno si concentra nel cercare a tutti i costi di ritornare alla vita di prima sforzandosi di dimenticare il Coronavirus, ritenuto un mero incidente di percorso, cioè una brutta parentesi della vita da dimenticare quanto più e quanto prima possibile. Una frangia estrema di questa categoria di persone arriva addirittura a negare la stessa esistenza di una drammatica pandemia, sostenendo che questa sia stata inventata o quantomeno enfatizzata per losche strumentalizzazioni politiche. Solamente col trascorrere del tempo si potrà cogliere quale sarà il reale impatto del COVID-19 sulla nostra vita e anche su quella degli immigrati. Per ora si può soltanto auspicare che le persone che hanno “ritrovato l’umanità” diventino più disponibili ad avere atteggiamenti e assumere comportamenti più responsabili e solidali nei confronti dei propri simili, immigrati compresi. Per coloro che invece in modo esplicito o implicito assumeranno la pandemia quale evento che conferma la loro opzione sovranista, c’è ragione di ritenere che si accentuerà la loro ostilità nei confronti degli immigrati, se non addirittura il rifiuto di essi. Infine, le persone che intendono dimenticare o cancellare la tragedia del COVID-19 faranno di tutto per riprendere la propria vita con le stesse modalità pre-virus, andando però incontro a non pochi problemi perché qualcosa sarà comunque mutato. In particolare, questa categoria di persone difficilmente modificherà gli atteggiamenti messi in atto in precedenza nei confronti degli immigrati. L’auspicio è che siano numerose le persone e le classi dirigenti del nostro pianeta a essere contagiati dal “virus positivo dell’umanità ritrovata”, ma per favorire questa prospettiva è essenziale un forte e diffuso impegno anche di natura culturale. Dopo aver delineato tre ipotetici scenari post-virus che interessano anche gli immigrati, è doveroso mettere in evidenza due fatti che riguardano direttamente questi ultimi in relazione alla pandemia. Il primo, verificatosi all’inizio dell’esplosione del COVID-19, è consistito nella ricerca di possibili colpevoli di questa tragedia attribuendo, non solo ai cinesi ma a tutti gli immigrati, la responsabilità della stessa. Questo tentativo, peraltro maldestro, di ricorrere al capro espiatorio è stato subito stroncato in quanto gli eventi hanno messo presto in evidenza l’insostenibilità di tale attribuzione di colpa, che avrebbe potuto provocare una pericolosa “caccia all’untore” di manzoniana memoria. Allo stesso tempo, occorre tenere presente che tale “ricerca del colpevole” possa essere stata facilitata dalla condizione di generale “spaesamento” causato dalla pandemia, la quale ha creato non solo allarme, ma anche panico tra la popolazione. Tale spaesamento è stato anche indotto dalla confusione iniziale delle informazioni riguardanti la gestione dell’emergenza sanitaria e i comportamenti corretti da tenere. Alla luce di ciò, ci si è chiesti se sia stata garantita la salute degli immigrati (soprattutto presenti in modo irregolare sul territorio nazionale) e se questi ultimi abbiano rappresentato o meno un problema di salute per se stessi e per l’intera collettività. Ma, proprio con riferimento a ciò, richiamiamo il secondo fatto, verificatosi nel corso della pandemia, che riguarda il numero di immigrati colpiti dal virus: essi risultano contagiati nelle stesse proporzioni in cui lo sono gli italiani autoctoni, seppur con differenze legate ai gruppi nazionali – cfr. capitolo 9 in questo Rapporto ISMU. Sebbene, come appena evidenziato, rispetto all’intera popolazione italiana gli immigrati non siano stati colpiti in misura proporzionalmente superiore, è del tutto evidente che il COVID-19 abbia provocato, o meglio, accentuato tra costoro non pochi problemi e difficoltà per quanto riguarda non solo la salute, ma anche l’attività lavorativa (cfr. capi tolo 7 in questo Rapporto); la richiesta di asilo (cfr. capitolo 2 in questo Rapporto); l’insegnamento a distanza, con l’indispensabile utilizzo del computer, di cui spesso gli allievi immigrati non hanno disponibilità (cfr. capitolo 8 in questo Rapporto); il sovraffollamento abitativo e la condizione di irregolarità; i flussi delle rimesse finanziarie inviate nei paesi di origine (cfr. capitolo 2 e capitolo 13 in questo Rapporto).

Le conseguenze sui flussi globali di sostegno

A quest’ultimo riguardo va messo in evidenza il grave effetto provocato dalla pandemia a livello globale: la significativa riduzione dell’invio di denaro alle proprie famiglie da parte degli immigrati a seguito della perdita o della riduzione del loro lavoro e quindi del loro guadagno, previsto ad esempio dalla Banca Mondiale, dalla rete European Migration Network e dall’OECD (World Bank, 2020; EMN-OECD, 2020; cfr. anche capitolo 2 in questo Rapporto). Per ciò che concerne il nostro paese, in base ai dati della Banca d’Italia relativi al primo semestre 2020, si è però riscontrata una tendenza contraria: la pandemia, infatti, sembra non aver inciso in questa prima parte dell’anno sull’andamento delle rimesse, che sono addirittura aumentate. In base a elaborazioni ISMU di tali dati, le rimesse inviate tra il 1° gennaio 2020 e il 30 giugno 2020 ammontavano a 3 miliardi 331 milioni di euro, contro i 2 miliardi 844 milioni del primo semestre del 2019 e i 2 miliardi 722 milioni dello stesso periodo del 2018. Secondo il centro studi CeSPI (2020), una possibile ragione di tale aumento consisterebbe nell’emersione di molti flussi di denaro che, altrimenti, verrebbero trasferiti informalmente attraverso sistemi legati al movimento di persone e di merci tra paesi confinanti o comunque vicini; l’interruzione di questi spostamenti dovuta alla pandemia ha reso necessario ricorrere in misura maggiore ai servizi di money transfer. Allo stesso tempo, gli immigrati potrebbero aver attinto dai propri risparmi per non dover sospendere l’invio di denaro anche durante il periodo di emergenza. In ogni caso, come ribadito, si tratta di dati che riguardano solo la prima parte dell’anno, ed è assai probabile che solo nel corso del 2021 sarà possibile registrare gli effetti negativi dell’emergenza sanitaria e del conseguente arresto delle attività produttive sulla capacità dei migranti di produrre rimesse. L’impatto della crisi economica sulla popolazione straniera, infatti, è da valutarsi alla luce del quadro più ampio di impoverimento materiale della società italiana, dovuto alle nefaste conseguenze della pandemia. In base a elaborazioni di Istat e del Ministero del Lavoro (Istat et al., 2020), nel corso del secondo trimestre del 2020 (quello immediatamente successivo alla prima ondata della pandemia) si è registrato un forte calo del numero di occupati sia in termini tendenziali (-3,6%, -841mila), sia in termini congiunturali (-2,0%, -470 mila). Inoltre, secondo un’indagine della Banca d’Italia (Neri, Zanichelli, 2020), oltre la metà della popolazione italiana dichiarava a giugno 2020 di aver subito una contrazione del reddito famigliare in seguito alle misure adottate per il contenimento dell’epidemia. Con specifico riferimento alle famiglie in povertà, per il 2019 l’Istat ha stimato che quelle composte da soli stranieri con minori fossero cinque volte superiori alle famiglie di soli italiani; inoltre, sempre nel 2019, erano quasi 1 milione e 400mila gli individui stranieri in condizioni di povertà assoluta, pari al 26,9% dell’intera popolazione straniera (Istat, 2020). Tenendo conto che il 5,9% del totale degli italiani si trova nelle medesime condizioni (Ibid.), possiamo constatare come la stagnazione economica della fase pre-COVID-19, in un primo tempo, insieme alla crisi economica indotta dall’emergenza sanitaria, in un secondo tempo, colpiscano più duramente, in proporzione, la popolazione straniera.

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