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La metamorfosi dei flussi migratori in Italia (ed Europa)

by Redazione

Contributo al seminario del Ministero Affari esteri “Workshop su “Flussi migratori, mercato del lavoro, impresa e diritti umani”, dell’11 dicembre, Di Guglielmo Loy e Giuseppe Casucci

 

Demografia e mercato del lavoro

Negli ultimi 20 anni i flussi migratori con l’estero hanno rappresentato il prevalente fattore demografico di crescita in Italia, producendo forza lavoro per quei settori a bassa qualificazione progressivamente abbandonati dalla manodopera italiana. Questi flussi inoltre hanno anche contribuito a modificare la composizione della popolazione residente, sia dal punto di vista quantitativo che strutturale.

Nel 2014 la popolazione italiana, a causa della bassa natalità, ha perso 165 mila cittadini. Negli ultimi 20 anni il calo degli italiani somma ad oltre 5 milioni, gap riempito dall’arrivo di immigrati.

In effetti le donne straniere hanno un tasso di fertilità (1,97) decisamente superiore a quello delle autoctone (1,37). Inoltre gli stranieri residenti sono relativamente più giovani e le nascite sono nettamente superiori ai decessi.

Inoltre, mentre il saldo degli italiani che vanno a vivere o vengono dall’estero registra una perdita di 100 mila unità annue, gli stranieri continuano ad arrivare in un numero superiore a quelli che abbandonano il Paese, anche se con tendenza in calo.

Tutto ciò ha portato a un cambio progressivo nel tessuto della popolazione, la cui componente di origine etnica ha un peso relativo, rispetto a quella italiana, ormai vicino al 10%.

Ma ci sono altri fattori che stanno mutando questo panorama e che fanno presagire per il futuro cambiamenti nella composizione dei flussi in arrivo, oltre che dello sviluppo futuro del nostro Paese, a meno che adeguati correttivi non vengano attivati in tempo.

Intanto il tasso di fecondità delle donne straniere è in forte calo: era 2,65 figli per donna nel 2008 ed è sceso nel 2014  a quota 1,97.

Inoltre la crisi economica, sommata al blocco dei flussi in ingresso per lavoro subordinato (dal 2010), sta portando a un drastico calo degli arrivi di stranieri per motivi di lavoro.

Le immigrazioni (iscrizioni dall’estero) sono l’anno scorso in calo di 30 mila unità rispetto al 2013 (-9,7%) e di ben 249 mila unità (-47,3%) rispetto al 2007, anno di inizio della crisi economica.

Nel contempo hanno abbandonato l’Italia l’anno scorso, 89 mila giovani italiani e 45 mila stranieri, alla ricerca d’impiego in altri Paesi europei.

A livello europeo, secondo l’Insee, Istituto di statistica francese, tra il 2006 e il 2013, il numero degli immigrati nei ventotto Paesi Ue è aumentato di +208.000, mentre il numero di emigrati è drasticamente aumentato di ben 802.000 unità.

L’Italia (e l’Europa) dunque convince sempre di meno. I nostri giovani se ne vanno e gli stranieri sono meno attratti dall’idea di vivere in un Paese, bello ma con poche prospettive professionali. L’apporto demografico degli stranieri in diminuzione, porta il saldo della popolazione complessiva ad un magro bilancio di 13 mila unità in più nel 2014. Se la tendenza alla discesa degli arrivi (accentuata dall’assenza del decreto flussi per lavoratori subordinati) dovesse continuare, avremmo una prospettiva futura di popolazione complessiva in calo, malgrado l’apporto demografico degli immigrati. Un panorama di persistente declino demografico – e dello sviluppo economico – che potrebbe risultare negativo per il futuro del nostro Paese.

L’emergenza rifugiati

A fronte di un calo drastico di immigrazione per lavoro, negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso di arrivi per motivi umanitari: gente in fuga dalla Siria, Iraq ed Afghanistan, ma anche da Paesi africani come Nigeria, Mali, Gambia, Pakistan, la Somalia, Eritrea.

Tra il 2014 e 2015 sono sbarcati sulle nostre coste (o arrivati via terra) oltre 320 mila persone. Circa la metà non si è fermata nel nostro Paese, anche se il nostro sistema di accoglienza ospita ora oltre 100 mila persone, terzo Paese per richiedenti asilo dopo Germania e Svezia. Ed è incalcolabile il numero di arrivati che si sono sottratti all’identificazione ma che permangono in Italia in forma sommersa ed estremamente precaria.

I numeri riguardanti la Grecia e l’Europa sono ancora più drammatici: 700 mila persone passate per le isole greche e oltre un milione di profughi entrati nell’area dell’Unione nel 2015 – la maggior parte attraverso la rotta dei Balcani – con forti ripercussioni su Paesi come la Serbia, Ungheria, Bulgaria e Slovenia.

La forte pressione migratoria ha messo a dura prova la capacità dell’Europa ad affrontare questa emergenza umanitaria in quanto Unione ed ha portato ad episodi penosi di scarica barile tra gli Stati o negazione dei diritti umani fondamentali, con la costruzioni di barriere e respingimenti.

Oltre a ciò il bilancio delle vittime è altissimo: quasi 4000 morti tra le vittime dei trafficanti, solo per attraversare il Mediterraneo.

Alcuni fatti rimangono chiari e dovrebbero essere alla base della nostra analisi e presa di posizione come Paese:

a) Il Regolamento di Dublino ha mostrato tutta la sua inutilità di fronte alla crisi umanitaria, provocata dalle guerre in Medio Oriente ma anche dalla pesante povertà di molti Paesi Africani. Inoltre ha messo a nudo l’incapacità dell’Unione di agire come tale. E’ dunque necessario e urgente riformare il sistema europeo di gestione del diritto d’asilo;

b) Una parte degli arrivi non riguarda richiedenti asilo o richiedenti protezione internazionale, ma semplicemente migranti economici. Il loro numero però è talmente elevato da rendere impraticabile l’idea di rimpatri massivi;

c) La presenza in Italia di un gran numero di stranieri irregolari ha prodotto un esteso fenomeno di dumping lavorativo e sociale. Questo si somma al numero di persone rimaste senza lavoro e finite nell’area dell’irregolarità (150 mila permessi di soggiorno non rinnovati nel 2014, oltre alla fuoriuscita dal Paese di decine di migliaia di lavoratori stranieri dopo anni di permanenza regolare). L’effetto di questo cambiamento di panorama si somma e produce negativi effetti sull’opinione pubblica. Effetti che si vanno indebitamente a sommare con la paura prodotta dalle azioni terroristiche, con il risultato di un forte rischio di grave insofferenza della popolazione contro gli stranieri, e in particolare quelli di religione mussulmana.

Le proposte del sindacato

A livello italiano (Cgil, Cisl e Uil) ed europeo (CES) la linea sindacale si articola in proposte, sia sul fronte dei rifugiati che dei migranti economici:

Europa

L’Unione deve affrontare il dramma dei rifugiati andando alle radici delle cause che producono l’esodo (mettere fine alle guerre, soprattutto attraverso cooperazione e diplomazia) e dando risposte complessive sul piano dell’accoglienza e dell’integrazione di quanti hanno diritto all’asilo e alla protezione umanitaria. Va cambiato il regolamento di Dublino, prevedendo una redistribuzione equa dei rifugiati in tutti i 28 Stati membri.

Per quanto riguarda i migranti economici (per evitare fenomeni di dumping lavorativo) la CES propone l’adozione della direttiva 2001/55/CE che dispone di permessi umanitari temporanei in caso di eccezionali afflussi di migranti. Nel frattempo vanno costruiti accordi con i Paesi d’origine e di transito per stimolare programmi di ritorno volontario assistito.

Italia

Per evitare lo scivolamento nell’area del lavoro nero di migliaia di stranieri che hanno perso il lavoro e non lo ritrovano entro un anno, Cgil, Cisl, UIL propongono di raddoppiare a due anni la durata del permesso di soggiorno per ricerca di occupazione, finanziando contemporaneamente politiche attive di reimpiego;

Per combattere il lavoro nero va data la possibilità alle vittime di fare causa agli sfruttatori, anche attraverso la rappresentazione del sindacato o di associazioni della società civile (così come previsto dalla direttiva 2009/52/CE mal ratificata nella legge 109/2012).

Va inoltre maggiormente tutelato chi ha il coraggio di ribellarsi al racket del lavoro irregolare, con la garanzia di un permesso umanitario.

Aiuterebbero anche programmi premiali per le aziende e le persone che scelgono di far emergere rapporti di lavoro irregolari. Questa scelta, fatta da alcuni paesi europei, ha prodotto in passato larghi fenomeni di emersione contrattuale, con grande beneficio per le casse dello Stato, oltre che dei lavoratori stessi.

Per quanto riguarda i rifugiati in Italia, bisogna andare oltre l’accoglienza con programmi sostanziosi d’integrazione socio lavorativa. In questo senso sarebbe importante accelerare i bandi sui fondi Fami e FSE della Comunità Europea che prevedono attività d’integrazione e inclusione lavorativa per richiedenti asilo e protezione internazionale. Il nostro Governo su questo piano è fortemente in ritardo (quasi un anno rispetto ad altri Paesi), con gravi ripercussioni sui processi d’integrazione dei rifugiati e sull’operatività delle associazioni impegnate in questo importante e urgente fronte.

Siamo di fronte al controsenso che – nel momento in cui il flusso umanitario è cresciuto in maniera esponenziale – sono irragionevolmente diminuite le risorse per dare una risposta di solidarietà concreta in programmi d’inclusione sociale.

Una contraddizione inaccettabile che, ad avviso del movimento sindacale, va rapidamente superata.


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