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L’immigrazione “made in Italy”: numeri e caratteristiche che fanno la differenza

by Redazione

Spunti di riflessione al dibattito congressuale UIL, in materia di immigrazione di Giuseppe Casucci (*)

Tra il 2002 ed il 2012 la popolazione straniera, che rappresenta il 7,9% di quella totale, è quasi triplicata e l’aumento è stato del 311%, inferiore in Europa solo a quello della Spagna. Nel corso dell’ultimo decennio il numero degli stranieri in Italia è cresciuto in media dell’11% all’anno, con un incremento complessivo di quasi 3 milioni di persone.

Natura, dinamiche e limiti dell’immigrazione italiana

La caratteristica “anomala” dell’immigrazione in Italia è che essa non ha mai smesso di crescere, nemmeno nei periodi di recessione. Dal punto di vista statistico, inoltre, nell’ultimo decennio, siamo stati l’unico tra i maggiori paesi europei in cui si è osservata una correlazione sistematicamente negativa tra immigrazione e crescita.

Questo si spiega soltanto con il fatto che l’immigrazione in Italia è determinata prevalentemente da fattori demografici, invece che puramente economici. L’immigrazione “made in Italy”, nascerebbe dalla necessità di rimpiazzare la caduta demografica della popolazione autoctona, ma è anche funzionale al mercato dell’economia sommersa che, secondo molti economisti, pesa per quasi il 25% del nostro PIL.

Questo “rimpiazzo” è particolarmente visibile in quei settori e per quei lavori che, per ragioni durezza di condizioni, scarso prestigio, o bassa retribuzione, i lavoratori italiani hanno a lungo rifiutato. Da qui una sorta di “complementarietà” tra lavoro autoctono e lavoro etnico che finora ha evitato conflitti aperti tra le due anime del mercato del lavoro.

La presenza massiccia in molti settori di immigrati ha prodotto inevitabilmente fenomeni di dumping lavorativo e sociale con una compressione indiretta dei diritti contrattuali, in primo luogo della manodopera etnica, ma non solo. Inoltre, il prolungarsi della crisi potrebbe modificare gli equilibri tra occupazione italiana e straniera, la prima ormai non del tutto aliena a ricercare impieghi che da tempo sono di esclusivo appannaggio dei migranti.

Per il sistema delle imprese, l’aver cercato una competitività effimera nella compressione dei diritti dei lavoratori, piuttosto che nelle necessarie innovazioni è un errore che rallenterà notevolmente l’uscita dalla crisi della nostra economia.

L’impatto della crisi economica sull’immigrazione

Dal 2008 al 2013 si è assistito in Italia ad un aumento esponenziale del tasso di disoccupazione etnica, passato dall’8,1% a quasi il 18%. E contemporaneamente il tasso di occupazione straniera è calato di 6,5 punti percentuali arrivando al 58,1% nel II trimestre 2013 (contro il 55,4% degli italiani). Nel 2013 la crisi occupazionale ha registrato una forte impennata, con circa 511 mila stranieri iscritti alle liste di disoccupazione e oltre 1,25 milioni risultanti “inattivi”. Il tasso di disoccupazione “etnico” è oggi di ben 6,6 punti maggiore rispetto gli italiani. Dati forniti di recente dal Ministero del Lavoro.

Inoltre, la mancanza di lavoro a lungo termine produce una fuoriuscita di immigrati dall’Italia: infatti, i permessi di soggiorno concessi nel nostro Paese per motivi di lavoro sono passati dai 150.098 del 2007 ai 70.892 del 2013, dunque più che dimezzati. E non sono pochi gli stranieri che decidono di lasciare il nostro Paese per ritornare a casa o per cercare impiego in un’altra nazione: nel 2012 – secondo stime della Fondazione Moressa – l’uscita di 32 mila cittadini stranieri avrebbe privato – nel 2012 – le casse del nostro Stato di almeno 86 milioni di euro. Lo stesso anno ha visto anche l’uscita di circa 68 mila giovani italiani in cerca di un futuro all’estero.

Malgrado l’allungamento ad un anno del permesso di ricerca di occupazione e l’uso di ammortizzatori sociali la crisi produce effetti nefasti sulla componente straniera regolare, spingendola verso condizioni di irregolarità o ad abbandonare il Paese.

In assenza di domanda di lavoro regolare si ricorre spesso a quello in nero, ancora fiorente malgrado l’applicazione della direttiva UE n. 52, che prevede provvedimenti più severi contro chi occupa stranieri irregolari.

Anche sul fronte del business dei permessi la nuova normativa non sembra aver inciso sensibilmente.

Significativo è quanto è successo in occasione della regolarizzazione del settembre –ottobre 2012, che ha visto la presentazione di 134.576 domande di emersione dall’irregolarità (di cui 79.315 da colf, 36.654 da badanti e 18.607). Secondo dati recenti del Viminale, quasi la metà delle domande sarebbe stata rifiutata, o perché in difetto delle condizioni poste dalla procedura di emersione, ma anche in quanto alla domanda presentata non corrisponderebbe un posto di lavoro vero, ma solo documentazione fittizia fornita da imprese di comodo in cambio di un lauto compenso da parte degli immigrati (si parla di cifre che vanno dai 2 agli 8 mila euro). Invece che intermediazione di manodopera, dunque, si assisterebbe ad un mercato fittizio dei permessi. Stessa situazione sul fronte del decreto flussi per gli stagionali, con quote ridotte dal Governo a sole 10 mila unità nel 2013, proprio a causa dell’assenza di posti di lavoro reali.

Immigrazione e lavoro

I lavoratori immigrati oggi in Italia, malgrado la crisi, rappresentano sono 2,4 milioni e rappresentano più del 10% dell’occupazione nazionale, con un’incidenza particolarmente elevata nel comparto dei servizi, commercio, delle costruzioni e in agricoltura. Sono 4.387.721 gli stranieri legalmente residenti sul territorio nazionale (dati 2011 Istat), pari al 7,3% della popolazione complessiva. Producono l’11 % del PIL e pagano le imposte: in Italia si contano complessivamente 3,4 milioni di contribuenti nati all’estero (dati 2011) che dichiarano al fisco quasi 43,6 miliardi di Euro. Nel 2011 i nati all’estero hanno pagato 6,5 miliardi di € in Irpef. Per quanto riguarda i soldi mandati a casa, nel 2013 il volume delle rimesse è ammontato a 7,1 miliardi di €, pari allo 0,45% del Pil. Vi sono ormai settori che funzionano quasi solo grazie alla presenza degli stranieri, primo tra tutto il settore dei servizi alla persona (con oltre l’80% della manodopera composta da stranieri), seguito dal commercio (26,2%), edilizia (21,7%), agricoltura (15,9%), settore dei trasporti (12%).

Una presenza così massiccia di stranieri nel mercato del lavoro obbliga il sindacato a rivedere le proprie strategie, sia sul fronte contrattuale, quello dei servizi a tutela dei nuovi cittadini, come sul piano delle politiche migratorie e di cittadinanza. Non ultimo è necessario rivedere i canali di affiliazione ed integrazione di giovani quadri sindacali di origine straniera.

Sindacato e contrattazione etnica (ruolo dei patronati)

Si è consolidata negli anni una strategia sindacale rivolta alla tutela contrattuale degli immigrati sui posti di lavoro, soprattutto in termini di contrasto alle discriminazioni, ma anche a partire dal presupposto che i tipi di lavoro che essi svolgono sono a più forte rischio infortunistico.

La domanda di miglioramento delle condizioni di lavoro da parte degli immigrati, è cresciuta in parallelo con la loro partecipazione attiva alla vita politica, sociale e sindacale, spesso associata alla consapevolezza dell’importanza dell’accesso ai diritti di cittadinanza.

Negli anni, il generale aumento delle iscrizioni degli stranieri al sindacato ha confermato l’efficacia dell’attività di contrattazione nazionale e territoriale, per combattere le disparità di trattamento tra lavoratori stranieri ed italiani, in materia di orari e salari. Questo è infatti – assieme all’accesso al lavoro – uno dei punti nodali su cui si gioca la lotta alle discriminazioni nei luoghi di lavoro.

Le più recenti rivendicazioni sindacali sono nate proprio dalla consapevolezza che la condizione dei lavoratori immigrati è una cartina di tornasole delle tendenze generali del mercato del lavoro rispetto alla precarietà e ricattabilità dei lavoratori che spesso si traduce in dumping lavorativo e sociale.

I Patronati. Da alcuni anni, sulla base di protocolli sottoscritti con il Ministero dell’Interno, i patronati (sindacali e non) hanno svolto un ruolo via, via sempre più importante nel supporto alla soluzione dei problemi burocratici ed amministrativi degli stranieri, ma anche relativi al loro inserimento nel tessuto sociale. Attualmente, oltre il 50% delle pratiche relative ai primi ingressi, rinnovo del permesso di soggiorno, carta di soggiorno, ricongiungimenti familiari e cittadinanze vengono svolti dai patronati, in forma totalmente gratuita ed in concorrenza con un mercato privato dei permessi spesso gestito da persone ed organizzazioni senza scrupoli. Oltre al sostegno relativo agli aspetti burocratici, viene dato agli immigrati – quando necessario – sostegno legale per le vertenze sul lavoro o procedura civile. Forte è anche l’attività legale a tutela dei comportamenti discriminatori o al rischio infortunistico sul luogo di lavoro.

I problemi oggetto di contrattazione

Le questioni problematiche maggiormente in rilievo sono state e sono:

a) La discriminazione dei lavoratori stranieri nell’accesso al lavoro, specie pubblico;

b) Assegnazione a loro dei lavori più pesanti, meno qualificati, e meno retribuiti;

c) Sotto inquadramento delle funzioni, specie rispetto al titolo di studio e preparazione;

d) Turni di lavoro più scomodi, allungamento degli orari, straordinari non retribuiti;

e) Lavoro nero, caporalato e mancata erogazione dei contributi;

f) mancata concessione di ferie e permessi, inadempienze in materia di tredicesime e liquidazioni;

g) licenziamenti senza giusta causa né preavviso;

h) scarsa attenzione alle esigenze religiose ed alimentari;

i) Retribuzione inferiore agli italiani (in media del 25%) a parità di funzioni svolte.

Iscritti ed integrazione nel sindacato

Una delle peculiarità dell’immigrazione italiana, nel contesto europeo, è l’alto tasso di sindacalizzazione (circa il 42%), un indicatore della tendenza alla stabilizzazione occupazionale e territoriale degli immigrati. In Italia tutti i lavoratori stranieri possono iscriversi ai sindacati, a prescindere dalla loro condizione giuridica o contrattuale.

Gli affiliati ai sindacati oggi superano quota 1 milione di tessere. Il tasso di affiliazione. Sono operai, impiegati e professionisti stranieri e, dunque, bisognosi di tutele extra, in un’Italia in cui la burocrazia la fa da padrona, dove fioriscono professionisti del “business” sui problemi degli immigrati e dove non mancano datori di lavoro senza coscienza.

La sindacalizzazione “etnica” è proporzionalmente più alta rispetto a quella degli autoctoni, visto che dei 27,7 milioni di dipendenti italiani (basandosi sui dati Istat 2012) i tesserati attivi sono un po’ meno di 6,4 milioni, quindi circa il 23,1%.

Perché una differenza così notevole? Il lavoratore straniero ha più difficoltà nel difendere i propri diritti e conquistarne di nuovi oppure si sente perso nel groviglio delle norme?

La verità è che – con la legge Bossi – Fini ed il pacchetto sicurezza – “il sistema normativo ha, di fatto, voluto creare una categoria di persone più insicura, con diritti e tutele a termine, estremamente soggetta alle variazioni del sistema economico”. Da qui una maggiore richiesta di tutela.

Inoltre va anche considerato che l’età media degli immigrati è più bassa di quella degli italiani (32,2 anni contro i 44,7 degli stranieri, dati Istat 2012). La quota di lavoratori attivi, rispetto ai pensionati, è dunque molto più alta.

Insomma, è in questo contesto che si inseriscono i 408 mila immigrati iscritti alla Cgil nel 2012, i 384 mila della Cisl, i 209.000 tesserati stranieri della UIL. Per le confederazioni si tratta rispettivamente del 7,1 %, dell’8,6% e del 9,5% del totale degli iscritti.

Nuove strategie per la UIL e maggior ruolo per i nuovi cittadini

Malgrado la crisi economica è ben chiaro che il peso che avranno gli immigrati nel mercato del lavoro e nel sindacato è destinato a crescere. Non è più possibile, dunque, confinare un tema così grande e trasversale ad una nicchia dipartimentale. E’ necessario invece un grande sforzo e collaborazione tra categorie, confederazione e patronato per mettere a disposizione strumenti di crescita sindacale e proposte politiche e contrattuali volte a rafforzare la presenza ed il ruolo dei nuovi cittadini nella UIL.

Il lavoro svolto dal Dipartimento Politiche Migratorie, dall’ITAL e da alcune categorie è stato finora prezioso ma va maggiormente strutturato e rafforzato: perché il futuro della UIL sta anche nella presenza e nel ruolo che avranno i nuovi cittadini, assieme al resto del sindacato.

(*) Vicepresidente di Nessun Luogo è Lontano e Coord. Nazionale UIL Dipartimento Politiche MIgratorie 


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